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La rete non è più terra di contro informazione, resta il Deep Web

ROMA – Controinformazione, controcolutura, informazione alternativa o mediattivismo: bei paroloni che solo pochi anni fa erano sulla bocca di tutti e spesso, quando neppure Wikileaks aveva fatto la sua apparizione, facevano paura per le verità nascoste che veicolavano o solamente per come un fatto veniva raccontato da un punto di vista diverso dai canali d’informazione tradizionali.

Ma oggi che fine hanno fatto tutti quei bei siti italiani e internazionali che con tanta pazienza gli utenti della rete cercavano per carpire quello che gli altri tacevano? Scomparsi quasi tutti. Ed è rimasto davvero ben poco da cercare perchè molti si sono lentamente dissolti per mancanza di fondi, altri per mancanza di continuità generazionale ispirata dalle stesse idee, altri ancora si sono solamente silenziati, adeguandosi ai tempi della grande informazione omologata.

Uno degli esempi più concreti è stato sicuramente IndyMedia (Independent Media Center ), una rete di informazione collettiva che, partita da Seattle nel novembre del 1999 per contrastare le politiche della WTO (World Trade Organization), ha stimolato migliaia di persone in tutto il mondo che a loro volta sono entrate a far parte di questa compagine globale che non solo produceva un’informazione più oggettiva e veritiera rispetto ai media tradizionali, ma innescava veri e proprio confronti su tematiche di importanza cruciale, come l’economia, l’ambiente con i suoi processi geopolitici connessi e annessi e soprattutto metteva in guardia sulle tragiche conseguenze.
Alla base di questo progetto c’era sicuramente la voglia di cambiare un sistema economico che attraverso scelte politiche scellerate stava minando per sempre l’eguaglianza del pianeta. Insomma, all’epoca “un mondo migliore è possibile”, cavalcava l’onda e quale migliore strumento se non il web si prestava perfettamente a queste cosiddette “voci fuori dal coro”.
Fu proprio a cavallo tra gli anni 90 e inizio del nuovo millennio che il web divenne il punto di riferimento dei media attivisti e degli utenti curiosi che iniziavano a dubitare dei media politicizzati o pilotati dai centri di potere economico.

Oggi il panorama virtuale è alquanto desolante. L’informazione in generale si è ridotta all’osso, l’utente carpisce una moltitudine infinita di informazioni, ma ne approfondisce pochissime, perchè ormai le regole si basano su pochi elementi che devono essere rispettati, ovvero massima velocità di trasmissione, comprensione diretta e soprattutto tematiche che attraggano il lettore. Probabilmente i social network hanno ispirato moltissimo questo modello “mordi e fuggi” e il loro successo ne è la prova inconfutabile. Ma a quale prezzo?
Di sicuro, al di là dell’imbarbarimento generale, oggi si è più interessati ai balletti lanciati dal pseudo imprenditore Vacchi o alle nuove mode lanciate da discutibili Youtuber, spesso preparati ad hoc da agenzie di web marketing, piuttosto che ricercare qualche verità. L’operazione è noiosa, la lettura pure. E i dati parlano chiaro. Basta farsi un giro per google trends per osservare quali sono le parole di settimana in settimana più ricercate, oppure analizzare i siti più visti e quello che – come si dice in gergo – fa tendenza. Altro che contro informazione. Eppure un tempo il web era lo strumento per antonomasia legato alle battaglie contro i poteri forti, oggi è diventato a suo volta uno strumento in mano al potere, dove si manovra, si manipola e si tende ad influenzare tutto e tutti con ogni mezzo.
E c’è già chi dice che forse il futuro della contro informazione non è più di casa, almeno qui. E forse è nel Deep Web che troveremo la risposta. Ma questo ce lo dirà il tempo.

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