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Carcere. Tre detenuti su quattro con disturbi di mente

ROMA – Un amplificatore dei disturbi mentali. Il carcere può alimentare una sorta di circolo vizioso della sofferenza psichica: l’isolamento e la mancanza di contatto con l’esterno, insieme allo shock della detenzione, possono facilitare la comparsa o l’aggravarsi di un disagio psichico che può essere già diagnosticato o ancora latente.

I numeri sono allarmanti: più di 42 mila detenuti italiani – il 77% degli oltre 54 mila totali – convivono con un disturbo mentale: dai disturbi della personalità alla depressione, fino alla psicosi. Disagi che possono portare a conseguenze estreme come l’autolesionismo (circa 7 mila episodi in un anno) o il suicidio (43 casi e oltre 900 tentativi solo nel 2014). Mettere un freno al circolo vizioso della sofferenza psichica e introdurre un nuovo approccio integrato nella gestione dei disturbi mentali in carcere, sviluppando un percorso applicabile in tutti gli   istituti penitenziari italiani, sono gli obiettivi principali del progetto ‘Insieme – La Salute mentale in carcere’: l’iniziativa è promossa dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, dalla Società italiana di psichiatria e dalla Società italiana di psichiatria delle dipendenze con il supporto incondizionato di Otsuka. 

L’isolamento e la mancanza di contatti verso l’esterno possono favorire la comparsa o l’aggravarsi delle malattie mentali. “La perdita improvvisa di libertà e lo shock derivante dalla detenzione – commenta Luciano Lucanìa, presidente della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria – sono tutti traumi che incidono sulla psiche dei detenuti, che non sempre hanno la forza interiore di reagire. Da non sottovalutare poi l’impossibilità di comunicare con l’esterno: si passa da un ‘fuori’ che oggi è caratterizzato da comunicazione immediata e social, a un ‘dentro’ il carcere, dove la persona si trova improvvisamente tagliata fuori dal mondo, senza possibilità di parlare con amici e parenti, senza cellulare o internet. Così i suoi contatti sono limitati ai colloqui con il proprio avvocato, con la famiglia e a qualche programma televisivo. Si tratta di esperienze che a livello psichico possono lasciare segni molto forti, trasformando il carcere in luogo dove possono nascere ed esplodere problematiche di tipo psichiatrico”. “Un armamentario terapeutico spesso obsoleto, carenza di percorsi di assistenza e di riabilitazione, collegamenti non adeguati con il territorio, che non facilitano il reinserimento dopo la reclusione: oggi sono forse questi – afferma Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria – gli ostacoli più ingombranti nella gestione dei disturbi mentali in carcere. Problematiche che derivano da diversi fattori, come ad esempio la scarsa integrazione delle figure professionali e la mancanza di dati epidemiologici precisi relativi al disagio mentale tra i detenuti. È quindi cruciale dare vita a una nuova visione della psichiatria penitenziaria ed è proprio questo l’obiettivo che si pone l’iniziativa ‘Insieme – Salute mentale in carcere'”. 

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