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Clima. Rischio CO2: siamo a un punto di non ritorno

ROMA – Nel giorno in cui entra in vigore l’accordo di Parigi sul clima – che prevede un taglio dei gas serra per il 2030 del 40 percento rispetto al 1990 in l’Europa e del 28 negli Stati Uniti – Carlo Barbante, chimico e paleoclimatologo dell’Istituto per le dinamiche dei processi ambientali del Cnr e docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, in una intervista alla Provincia di Lecco, avverte: “Se non vogliamo aumentare la temperatura di più di 2 gradi entro la fine del secolo, come stabilito a Parigi, dobbiamo tagliare subito le emissioni di gas serra.

Altrimenti potrebbe essere troppo tardi. C’è una linea di non ritorno, quando non sarà più sufficiente diminuire le emissioni, ma dovremo cominciare a escogitare dei sistemi per togliere l’anidride carbonica dall’atmosfera”. E la linea di non ritorno potrebbe arrivare “tra un paio d’anni”. Se continuiamo con questa tendenza, dovremo cominciare a ridurre le emissioni di circa il 5 per cento all’anno. Si consideri che negli ultimi cinquant’anni non si è mai riusciti a ridurle. Se cominciamo nel 2020, dovremo tagliarle del 6 e mezzo per cento all’anno, nel 2030 addirittura del 25 percento all’anno”. E commenta i gravi dati dell’agenzia meteo dell’Onu secondo cui concentrazioni medie di anidride carbonica sono sopra la soglia di 400 parti per milione e resteranno così per generazioni: “Ogni anno aggiungiamo, inesorabilmente, nell’atmosfera quasi dieci miliardi di tonnellate di carbonio, che deriva dai combustibili fossili. Già alla prima conferenza per l’ambiente, a Rio de Janeiro nel 1992, si era dichiaratala necessità di fermare le emissioni. Oggi, invece, rispetto a quell’anno sono aumentate di circa il sessanta per cento”.

Lo scienziato sottolinea poi che il surriscaldamento porterà alla diffusione di nuove malattie: “Non è fantascienza. L’estate scorsa in Siberia l’ondata di caldo ha portato alla fusione del permafrost, il terreno congelato. È riaffiorata in superficie una renna morta 40 anni fa per un’infezione di antrace. Il batterio, che riesce a sopravvivere perché si trasforma in spora, si è disperso nell’ambiente, contaminando le renne. Ne è stata colpita anche la popolazione che ha mangiato la carne di quegli animali. Un bambino di 12 anni è morto. Tornano batteri e virus di cui oggi non abbiamo conoscenza: ne sono stati isolati già alcuni. Poi bisogna capire se riescono a sopravvivere e a replicarsi”. Inoltre, a causa dello scioglimento dei ghiacciai, con l’innalzamento dei mari, città come Venezia potrebbero sparire: “Sì. Il livello del mare si sta alzando di circa 3 millimetri e mezzo all’anno. Gli scienziati sono preoccupati perché nell’ultimo decennio questa velocità sta aumentando, perché si stanno sciogliendo le calotte della Groenlandia e dell’Antartide occidentale. Oltre che mitigare dobbiamo cercare di adattarci: quello che sta facendo Venezia con la costruzione delle barriere mobili è un esempio di adattamento ai cambiamenti climatici”. Inoltre diminuiranno drammaticamente le risorse idriche: “La capitale della Bolivia, La Paz, d’estate riceve circa il 35 per cento dell’acqua dai ghiacciai delle Ande. Un’area dove vive oltre un miliardo di persone, come quella dell’India, del Pakistan e del Bangladesh, dipende dai ghiacciai dell’Himalaya e del Tibet. Quando non ci saranno più, saranno senz’acqua. Sarà un problema mondiale. Entro la fine del secolo non ci saranno più le guerre pe il petrolio, ma per l’acqua”. E il cambio del clima lo viviamo concretamente in Italia con le modificazioni dell’agricoltura: “In Sicilia si sta cominciando a coltivare frutti esotici. Nel Bellunese, dove abito io, è arrivato il Prosecco, che ha saltato le Prealpi ed è arrivato in montagna. Anche in Trentino-Alto Adige la quota a cui si coltivala vite cresce di anno in anno. Il mese della vendemmia quarant’anni fa era ottobre. Adesso si comincia a fine agosto”.  

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