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La riforma della legge sui parchi: l’opposizione di tecnici, studiosi e associazioni

ROMA – Approvata da qualche giorno e in prima lettura al Senato la proposta di riforma della legge 394/91 relativa ai parchi, oasi e riserve naturali a firma del senatore Massimo Caleo, secondo il quale la legge: “ … il piano del parco diventa uno strumento col quale il parco può disciplinare iniziative economiche di valorizzazione del territorio, del patrimonio edilizio e delle attività agro-silvo-pastorali e del turismo sostenibile. Si esplicita il divieto di caccia nei parchi e si disciplina il contenimento della fauna selvatica” (fonte Green Report).

I meriti della legge attuale li conosciamo e le circa novecento Aree Protette istituite sul territorio nazionale ne sono una testimonianza; allo stesso tempo il loro numero rende conto della portata della riforma. Tra queste 23 Parchi Nazionali paragonabili per importanza ai 20 Grandi Musei del Paese. Tanto per dare un’idea, spesso, l’acqua che esce dai nostri rubinetti, deriva proprio da sorgenti poste in Aree Protette. Certamente queste ultime qualche difficoltà operativa negli ultimi anni l’hanno affrontata, soprattutto nel conflitto (inevitabile?) tra interessi economici e conservazione della natura. Ma se i metodi di tutela degli ambienti naturali vengono definiti dalla ricerca, principalmente nel campo della Biologia della Conservazione, l’applicazione della tutela stessa avviene attraverso le leggi che sono (o dovrebbero essere) il frutto di un processo politico partecipativo, che tenga però nel giusto conto le conoscenze scientifiche acquisite. In questo senso la proposta di riforma della 394/91 ha trovato un’accoglienza a dir poco freddina se non proprio gelida.

Promotore dell’opposizione alla riforma Caleo il “Gruppo dei Trenta”, coordinati da Francesco Mezzatesta, da Giorgio Boscagli e dal primo firmatario della 394/91 Gianluigi Ceruti. Composto da ricercatori, esponenti dei parchi, giuristi e docenti, ai quali, successivamente, si sono aggiunti tanti operatori delle aree protette e del mondo della cultura. Molte (diremmo tutte!) anche le associazioni portatrici di una voce di fortissimo dissenso alla proposta, tra queste il WWF, la Società Italiana per la Storia della Fauna, Greenpeace, la LIPU, il FAI, Italia Nostra, Il CAI, fino alla CGIL – Abruzzo (la più recente) e molte altre. Diciotto in tutto, che non citiamo solo per brevità e ce ne scusiamo.

Tante le obiezioni sollevate dal movimento anti-riforma a partire da quella della mancata piena applicazione della legge attuale; tra le prime i meccanismi di nomina dei presidenti e dei direttori degli enti parco. Per la candidatura a presidente di un ente parco, non sarebbero più necessari titoli e curriculum concernenti competenze sulla conservazione della natura (missione primaria delle Aree Protette), ma una generica “comprovata esperienza nelle istituzioni, nelle professioni, ovvero di indirizzo o di gestione in strutture pubbliche e private”. I direttori, figure centrali di un’Area Protetta, non verrebbero più scelti in base a comprovate competenze naturalistiche e culturali, ma secondo una non specificata “esperienza professionale gestionale”. Di fatto, secondo quanto affermano il “Gruppo dei Trenta” e le associazioni, queste modifiche spalancherebbero la porta a figure non necessariamente preparate ad esempio in materia di gestione e conservazione di specie animali e vegetali a rischio o meritevoli di tutela. Nel caso dei parchi nazionali inoltre, si arriverebbe al paradosso: la nomina a direttore non verrebbe più effettuata dal Ministro pescando dall’apposito elenco depositato presso il Ministero Ambiente (l’elenco verrebbe abolito) ma effettuata direttamente dal locale consiglio direttivo del parco. Di fatto, sempre secondo quanto contestato dal folto gruppo di opposizione alla legge, il direttore verrebbe scelto da una figura politica (il Presidente) tra persone di propria fiducia e con competenze non meglio definite, ovvero, secondo il “Gruppo dei Trenta”, l’ennesima lottizzazione partitica.

Certo che, stante la situazione e anche nel caso della riforma della 394/91 verrebbe da osservare che da noi l’unico materiale seriamente riciclabile, meglio del vetro e dell’alluminio, è il politico a qualsiasi livello di compostaggio.

La seconda fase dell’iter legislativo, prevede la discussione del progetto alla Camera dei Deputati, dove il quadro delle “maggioranze” risulta più complesso che al Senato. Staremo a vedere mantenendo comunque una certa attenzione ad un argomento così delicato e che investe aspetti molto importanti per la conservazione della natura e del paesaggio nel nostro Paese.

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