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Mauritania, il blogger che rischia la pena di morte

Mohamed Cheikh Ould Mohamed, noto anche come Mohamed Ould M’Kaitir, dovrà aspettare ancora un mese. Il 15 novembre la Corte suprema avrebbe dovuto riesaminare la condanna a morte inflittagli in primo grado nel gennaio 2014 per “blasfemia”. 

Poco prima del verdetto, fuori dal palazzo della Corte suprema nella capitale Nouakchott, si sono radunate 500 persone, in rappresentanza dell’Islam più estremo, che hanno cominciato a scandire slogan minacciosi: non rilasciatelo, altrimenti a fare giustizia ci penseremo noi.

Da qui, il rinvio del verdetto al 20 dicembre. La condanna a morte di  Mohamed Cheikh Ould Mohamed è stata determinata da un post pubblicato il 31 dicembre 2013 sul portale “Aqlame”, dal titolo “Religione, religiosità e artigianato”. Da subito, Mohamed Cheikh Ould Mohamed ha cercato di spiegare che il post intendeva criticare il sistema castale della Mauritania, così radicato da prevedere ancora la schiavitù, seppur formalmente abolita anni fa. A più riprese ha dichiarato che non aveva voluto in alcun modo offendere il profeta Maometto e che, se così era stato interpretato, era pronto a riconoscere l’errore e a chiedere perdono.

L’articolo 306 del codice penale mauritano attribuisce alla Corte suprema , qualora ne riconosca il pentimento, il potere di annullare o ridurre la condanna di Mohamed Cheikh Ould Mohamed a due anni e a una multa equivalente a circa 150 euro. Le organizzazioni per i diritti umani stanno spingendo per l’annullamento o la riduzione della condanna che, dopo quasi tre anni trascorsi in carcere, significherebbe il rilascio immediato del blogger.  Che poi andrebbe sottoposto a rigide misure di protezione.

Non c’è dubbio, infatti, che il 20 dicembre i 500 facinorosi si ripresenteranno di fronte al palazzo della Corte suprema. Magari saranno anche di più.

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