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ROMA – Un nuovo uomo spunta nell’omicidio di Chiara Poggi, il suo Dna è compatibile con quello trovato sulle unghie della giovane uccisa nella villetta di via Pascoli a Garlasco il 13 agosto 2007.

E’ quanto sostiene la difesa di Alberto Stasi -condannato in via definitiva a 16 anni per il delitto della fidanzata- che chiede “nuove indagini agli inquirenti di Pavia e si prepara a chiedere la revisione del processo” che eventualmente si terrà presso la corte d’Appello di Brescia. L’obiettivo “è di far uscire, il prima possibile, Stasi dal carcere” di Bollate, dove si trova dal 17 dicembre 2015. La traccia genetica non è del tutto nuova, per chi segue da anni il processo: la perizia sulle unghie della vittima chiesta dalla parte civile fu autorizzata solo nel 2014, nel processo d’appello ‘bis’, e la consulenza svolta nei laboratori di Genova alla presenza delle parte portò a risultati definiti “non utilizzabili”. I difensori dell’imputato, Fabio Giarda e Giada Bocellari, sostengono che quella traccia “non era valida ai fini del confronto con Alberto, perché i numeri dei marcatori erano insufficienti per arrivare a una prova scientifica, ma non è mai stato detto che non era affidabile e che non possa essere utilizzata per un confronto” con un altro Dna a cui si è arrivati ora con “un’attenta rilettura di tutte le carte dell’inchiesta”. Dai dati “grezzi, dall’analisi dei tracciati elettroferetici”, la   difesa risale a un profilo completo Y, che identifica la linea paterna del sospettato. Il nuovo Dna -‘prelevato’ da un cucchiaino e da una bottiglia d’acqua “nel rispetto pieno di tutte le norme di legge”-, mostra “perfetta compatibilità genetica” con quello trovato su due unghie di Chiara. In sintesi: lui -un giovane della zona vicino alla cerchia della vittima- o i suoi parenti, solo in linea paterna, sarebbero collegati al delitto di Garlasco. La traccia “già emersa nella perizia finora non si era potuta confrontare con altre”, in mancanza di sospetti. Tesi che Gian Luigi Tizzoni, legale dei Poggi, rigetta: “quella dei difensori non è una prova scientifica, non basta per un’eventuale revisione del processo e soprattutto non scagiona Stasi”. 

Gli avvocati di Stasi ricordano come l’iniziativa, voluta fortemente dalla mamma di Alberto, ha come obiettivo “il raggiungimento della verità, perché quella della Cassazione è una sentenza ingiusta. Ci auguriamo che anche i Poggi vogliano arrivare a una verità piena e nel più breve tempo possibile perché sono due le famiglie che vivono una tragedia”. Oltre alla prova scientifica “da cui emerge una perfetta compatibilità sufficiente a identificare una persona”, sono altri gli elementi contenuti nella relazione che i legali consegneranno all’autorità giudiziaria e su cui puntano per una revisione del processo. “Quel dna è stato trovato sette anni dopo l’omicidio -ricorda Tizzoni-. E’ scarso, non è utilizzabile, è degradato, non può   consentire quel doppio controllo in grado di conferire validità scientifica alla prova”. Quel confronto fatto nel 2014 “è servito solo a valutare se poteva essere esclusa la presenza di Stasi sulle unghie di Chiara, ma non potrà mai identificare qualcuno”, taglia corto Tizzoni secondo il quale l’esame non è ripetibile. Il legale della famiglia Poggi ricorda come “nella sentenza si dice che non c’è contatto tra vittima e assassino, Chiara non avrebbe avuto modo di difendersi”, dunque la presenza di materiale sotto le sue unghie non sarebbe un indice di prova. “Il dato presentato dalla difesa non solo non è sufficiente per la revisione del processo, ma soprattutto non scagiona Alberto”, contro il quale restano altri elementi: “dall’impossibilità di non sporcarsi le scarpe, all’impronta sul dispenser del portasapone nel bagno in cui si lava l’assassino, alla traccia sulla bicicletta fino al suo racconto non veritiero. Alberto Stasi -conclude Tizzoni- è il colpevole ed è stato stabilito dopo cinque gradi di giudizio”. 

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