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Azerbaijan, in ricordo dei martiri del 20 gennaio

Da 27 anni l’Azerbaigian il 20 gennaio ricorda i suoi martiri, che hanno contribuito, con eroismo e coraggio, a scrivere una nuova pagina nella storia della lotta nazionale per l’indipendenza, accelerando il crollo dell’URSS. 

Nella tarda notte del 19 Gennaio del 1990, senza dichiarare lo stato d’emergenza nella capitale dell’Azerbaigian, per ordine di Mikhail Gorbachev, allora presidente dell’Unione Sovietica, circa 30 mila soldati dell’esercito sovietico si avviarono verso Baku. Un’operazione militare su vasta scala, mirata a colpire gli abitanti disarmati, progettata dalle forze speciali del Ministero della Difesa, del Ministero dell’Interno e del Comitato della Sicurezza Statale dell’Unione Sovietica.

Scopo principale dell’ingresso delle truppe a Baku ed in altre città del paese, era di imporre alla popolazione il silenzio, per mezzo del soffocamento delle manifestazioni pacifiche iniziate come lotta per l’indipendenza e anche contro la politica unilaterale, parziale e prevenuta sul conflitto armato armeno-azerbaigiano del Nagorno Karabakh, condotta dal governo sovietico. In accordo con le fonti ufficiali, come risultato di questa aggressione, contraria ai principi di diritto internazionale, democrazia e diritti umani, morirono 146 persone, 774 furono ferite, 841 legalmente imprigionate e 5 disperse.

I numeri non ufficiali invece parlano di 300 morti. Nel corso dell’operazione sono state rase al suolo, saccheggiate e bruciate 200 abitazioni e circa 80 automobili, tra cui ambulanze. Tra le vittime numerose donne, bambini e anziani, così come operatori di soccorso. Ci sono rapporti di Memorial e di Helsinki Watch del 1991 secondo cui le truppe sovietiche avrebbero usato la forza ingiustificata causando molti morti, con l’uso di veicoli blindati, baionette e il colpire ambulanze chiaramente contrassegnate.  Anche Human Right Watch nel suo rapporto  “Gennaio Nero in Azerbaigian”, afferma che “In effetti, la violenza usata dall’esercito sovietico, la notte del 19-20 gennaio, era così fuori proporzione alla resistenza offerta dagli azeri da costituire un esercizio di punizione collettiva” e che “Gli eventi a Baku confermano che il governo sovietico ha dimostrato che si opporrà duramente ai movimenti nazionalisti”. Un editoriale del Wall Street Journal  del 4 Gennaio 1995 ha affermato che Mikhail Gorbachev aveva scelto di utilizzare la violenza contro

“l’Azerbaigian in cerca di indipendenza.”  Quando un anno dopo la stampa mondiale ha criticato Gorbachev per i violenti massacri di civili in Lituania e Lettonia, il pubblico azero è rimasto amareggiato per il silenzio dei media mondiali sugli ordini di Gorbachev di un anno prima, durante il Gennaio Nero.

Il 18 ottobre, 1991, il Parlamento dell’Azerbaigian ha adottto una dichiarazione sul ripristino dell’indipendenza dello stato. Il 14 febbraio 1992 l’Ufficio del Procuratore generale dell’Azerbaigian ha istituito una causa probabile volta contro le persone coinvolte nel massacro. Nel marzo 2003, la stessa causa probabile ha coinvolto il presidente sovietico Gorbachev per aver violato la Costituzione dell’URSS e la Costituzione della RSS dell’Azerbaigian. Nel 1994, l’Assemblea Nazionale dell’Azerbaijan ha adottato una valutazione

politica e legale completa degli eventi del Gennaio Nero. Secondo il decreto del Presidente dell’Azerbaigian Heydar Aliyev del 16 dicembre 1999, a tutte le vittime della repressione è stato assegnato il titolo onorifico di “martire del 20 gennaio”. Il 20 gennaio è contrassegnato come Giorno dei Martiri (o letteralmente, “giorno di lutto nazionale”) in Azerbaigian.

Il popolo azerbaigiano ha seppellito i martiri, morti il 20 gennaio per l’indipendenza del Paese, nel Mountain Park, il punto più alto di Baku. Da allora questo luogo è stato chiamato Viale dei Martiri. Il 20 gennaio 1990, nonostante il popolo azerbaigiano abbia patito un’aggressione militare, morale e politica, dimostrò la sua abilità nel mantenere le tradizioni di storico eroismo e resistette al peggiore degli attacchi per la difesa della libertà e dell’indipendenza della madrepatria, a costo di divenire martire.

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