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Consip, Romeo interrogato non risponde: No corruzione, io ‘fregato’

ROMA – Alfredo Romeo “non era privilegiato, ma anzi emarginato all’interno della Consip. Altro che corruttore, è stato fregato e per questo ha depositato nell’aprile scorso un esposto in Consip e per conoscenza anche in Anac e Antitrust”.

Così Giovanni Battista Vignola, legale di Alfredo Romeo, che uscendo dal carcere di Regina Coeli, a Roma, dove si è tenuto l’interrogatorio di garanzia all’imprenditore, sottolinea con i colleghi Francesco Carotenuto e Alfredo Sorge, l’estraneità dell’assistito alle accuse di corruzione che gli vengono rivolte.Romeo sceglie di non rispondere al gip e consegna una memoria, che contiene anche un esposto da lui presentato nell’aprile scorso, nella quale si ripercorrono i rapporti in Consip e i meccanismi di affidamento degli appalti.Nell’esposto presentato lo corso aprile alla centrale acquisti della pubblica amministrazione, Romeo si rammaricava e invitava la Consip a essere “rigorosa negli accertamenti e nei controlli sui grossi raggruppamenti illeciti – prosegue Giovanni Battista Vignola – rappresentati da quei gruppi imprenditoriali che sono i veri ‘padroni’ del mercato, facendo riferimento a queste ati (associazioni temporanee di imprese ndr) illegittime, e a concessioni di quote fasulle e facendo nomi e cognomi dei responsabili”, con riferimenti a “Manutencoop, Cofely e cooperative ‘rosse'”.I legali chiedono la scarcerazione e parlano di “una corruzione che, se c’è stata è da quattro soldi”.

L’indagine prosegue tra Napoli, Roma e Firenze, mentre la procura capitolina, a seguito delle “ripetute rivelazioni di notizie coperte da segreto”, ha aperto un fascicolo, per ora contro ignoti, dopo aver revocato al Nucleo operativo ecologico dell’Arma, la delega per le indagini ora affidata al Nucleo investigativo dei carabinieri romani, che oggi ha avuto un primo incontro con gli inquirenti.In settimana potrebbe essere sentito, come persona informata sui fatti, Michele Emiliano, ma sulla data fissata per l’audizione con i magistrati romani c’è il massimo riserbo. Il presidente della Regione Puglia parlerà con i pm di alcuni sms che scambiò con il ministro Luca Lotti (all’epoca dei fatti sottosegretario alla presidenza del Consiglio ndr), indagato per rivelazione di segreto, nei quali si sarebbe fatto riferimento a Carlo Russo, imprenditore amico di Tiziano Renzi e ritenuto da chi indaga punto di contatto tra Alfredo Romeo e il padre dell’ex premier.Non è escluso che nei prossimi giorni i magistrati decidano di interrogare anche l’ex parlamentare Italo Bocchino, consulente di Romeo e indagato, come l’imprenditore Carlo Russo e Tiziano Renzi, per traffico di influenze, il reato che punisce forme di lobbying illecite dietro compenso o promessa di utilità.

L’inchiesta sugli appalti nella centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, partita da Napoli, è arrivata a Roma in una tranche che vede indagati tra gli altri il ministro Lotti e il comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette.Mercoledì scorso, durante l’operazione di carabinieri e guardia di finanza che ha portato all’arresto di Romeo, sono stati perquisiti gli appartamenti di Bocchino e Russo, e sequestrati 100mila euro di beni al dirigente Consip Marco Gasparri, che, secondo i pm, Romeo pagava per essere aiutato nelle gare d’appalto.Al centro dell’indagine c’è una gara di ‘facility management’, ovvero servizi per la pa, del valore di 2,7 miliardi (FM4) bandita nel 2014 e suddivisa in 18 lotti, alcuni dei quali puntava ad aggiudicarsi Romeo. L’imprenditore napoletano prese parte alla gara per il lotto da 143 milioni di euro per l’affidamento di servizi in una serie di palazzi istituzionali a Roma, che andavano dalla pulizia alla manutenzione degli uffici.Per raggiungere il risultato, Romeo, secondo le accuse, corrompeva Gasparri affinché gli desse una serie di informazioni indispensabili per avere la meglio sugli altri partecipanti.Un sistema quello di Romeo nel quale, secondo la ricostruzione di Gasparri ai pm, l’imprenditore riteneva indispensabile pagare, poiché, a suo dire, tutti lo facevano.Nell’indagine, risulta indagato per rivelazione di segreto d’ufficio anche il comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette e il generale di brigata dell’Arma Emanuele Saltalamacchia.

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