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Decreto Dignità, gli effetti sul mercato del lavoro italiano

ROMAChe il governo Movimento 5 Stelle-Lega avrebbe osteggiato il gioco d’azzardo era chiaro fin dalle premesse. Che la strada prescelta fosse il proibizionismo non era scontato, ma facilmente prevedibile. Che però la prima mossa stravolgesse completamente non solo il mercato delle scommesse, ma anche quello del lavoro, non era ipotesi auspicabile

Il Decreto Dignità sarà una pedina importante nello scacchiere politico su cui i due schieramenti si stanno muovendo per la prima volta dalla loro fondazione. E lo scacco matto, per la vittoria o la sconfitta, arriverà dalla questione economica legata all’applicazione della legge.

Il più grosso azzardo del Decreto sembra essere sul campo del lavoro. Ad oggi si contano circa 120.000 cittadini italiani coinvolti, chi più chi meno, nel settore del gambling. Le aziende riconosciute dallo Stato sono 76, tutte riconoscibili per il marchio AAMS concesso dall’Agenzia dei Monopoli. Ed è inutile specificare che se davvero lo Stato riuscisse a diminuire i loro introiti, non tutti gli stipendi attualmente sostenuti potrebbero essere erogati. Si calcola che gli effetti del Decreto potrebbero costare il posto di lavoro a circa 8.000 dipendenti, una cifra non indifferente per una legge che vuole al contrario tutelare la vita lavorativa. Il Ministro Di Maio, uno dei suoi principali fautori, ha espresso incredulità su questa proiezione, frutto delle solite lobby che si opporrebbero alla sua attuazione. Conti alla mano, potrebbe non essere così.

Il fatturato dell’industria italiana dell’azzardo era di quasi 20 miliardi di euro a fine 2017. Di questi, la metà finisce nelle casse dell’Erario, gli altri venivano gestiti dagli esercenti. In parte per pagare i dipendenti, in parte per modernizzare il sistema, in parte come utile per i proprietari. Di certo tra pochi mesi dalle spese dell’utile dovrà essere dedotta la pubblicità, bandita a livello nazionale. La previsione è di una diminuzione della spesa dei giocatori, con conseguente incasso limitato per gli esercenti e per lo Stato. Quest’ultimo ha quindi pensato bene di rifarsi delle perdite preventivate aumentando la pressione fiscale, che da settembre sarà del 19,25% per le slot machine del 6,25% per le videolottery, mentre da maggio 2019 rispettivamente al 19,5 e al 6,5%. Due mosse che potrebbero ulteriormente mettere in ginocchio il settore, che potrebbe essere messo di fronte a scelte drastiche. Il licenziamento di alcuni dipendenti rischia di essere una soluzione plausibile per chi dovrà decidere come sopravvivere a questo momento di crisi. Per di più, un ridimensionamento del settore legale potrebbe aiutare la rinascita dell’illegale, con le mafie locali che non vedono l’ora di poter rimettere il proprio denaro su un giro d’affare potenzialmente così remunerativo. 

Il Ministro Di Maio non si è dichiarato preoccupato della diminuzione di introiti per lo Stato, perché prevede un contemporaneo contenimento dei costi della sanità per la prevenzione e la cura dei casi di ludopatia. Costi che si aggirerebbe sui miliardi di euro all’anno, e che potrebbero calare sensibilmente. Su questi dati si giocherà probabilmente la battaglia decisiva tra industria del gambling e governo M5S-Lega, con il risultato certo di un netto ridimensionamento di uno dei due contendenti. Solo il tempo dirà se la scommessa di Di Maio e Salvini è stata vincente.

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