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Teatro. “Grotesk. Ridere rende liberi”, eco del nostro presente

“Ridere rende liberi” è il titolo di uno studio di Antonella Ottai del Dipartimento di Storia dell’arte e spettacolo della Univ. Sapienza di Roma, porta il sottotitolo “comici nei campi nazisti”.

E’ il libro su cui la stessa Ottai e Bruno Maccallini scrivono il pezzo teatrale “Grotesk”. E’ la quinta essenza della ballata satanica della morte. Vi sono infiniti modi di morire, il più augurabile è quello dell’evento ineludibile che ci riserva la natura. Tuttavia la storia ci indica che non è tanto infrequente che essa sopraggiunga prematuramente per volontà umana e che questa volontà umana sia prolificissima nell’affinamento delle tecniche d’erogazione di morte. E’ proprio quello che avviene in “Grotesk”.

Berlino degli anni venti è nel fulgore palpitante della produzione intellettuale e della sua espansione urbanistica. Dinamismo, modernità di luci e trasporti, gioia di vivere, proprio come il bel film “Menschen am Sonntag” del regista Robert Siodmak del 1930 e proprio come stava avvenendo in Russia, dove gli intellettuali celebravano la vittoria della rivoluzione d’ottobre come l’inizio di un nuovo corso della storia ove essi sarebbero stati protagonisti liberi. Ma non fu così per entrambe i fronti!

“Grotesk” dice: “E’ tutta colpa degli ebrei!” e Maccallini lo fa in termini sarcastici con quella mordacità che vuole colpire velata di comico, dove l’amarezza tinge di colore fosco e talvolta macabro l’esito finale che era in odore. Ma si! Troviamo una soluzione rapida: una bella macelleria è quello che ci vuole! E così fu! E’ il genere “genetico” che si vuole estirpare nella lotta alla razza. E’ questo quello che Hanna Arendt vuole dire nel suo “La banalità del male”: non una malignità caratteriale ma la totale ignoranza delle azioni che, private di coscienza scientifica, scatenavano odio puro distruttivo verso e contro la natura stessa dell’uomo, senza alcun freno.

Quanto incombesse sulla coscienza della Germania la responsabilità dell’olocausto ebraico, lo si può vedere dal saggio del 1946 di Karl Jaspers “La questione della colpa” (sulla responsabilità politica della Germania). Sappiamo purtroppo che l’Umanità ha subito e subisce altri bagni di sangue (GULAG sovietici, sterminio degli Armeni, il recente genocidio di Srebrenica tanto per citarne alcuni) su cui è nostro dovere soffermarci non esonerandoci dalle colpe come inerti osservatori come lo stesso Jaspers dice nell’esame della “colpa metafisica”: “solidarietà incondizionata che ciascuno conosce per averla almeno una volta vissuta nell’ambito di una particolare unione nella vita, per cui il dolore dell’altro è il mio dolore, il suo patire, la mia passione”.

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