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Capalbio Libri. Il mare come apprendimento d’amore e sviluppo per ragazzi (apparentemente) diversi

L’esperienza di vela della scuola Mal di Mare di Mauro Pandimiglio testimoniata nel libro “Modus navigandi” si scopre un metodo inclusivo raro di aggregazione sociale tra giovani abili e meno fortunati

Parlare di una pedagogia del mare è in un certo senso ritornare al mare rileggendo le fasi dello sviluppo primario con un’ottica diversa, perché solo questo elemento puo’ aiutarci a comprendere aspetti di questa relazione che difficilmente riusciremo a comprendere. E’ da questa premessa che parte il libro “Modus navigandi. Per una pedagogia nel mare” (Hoepli) che Mauro Pandimiglio dedica alla sua scommessa e profonda esperienza conoscitiva con il mondo del “diverso” a contatto con la mobilità dell’acqua, presentato nell’ambito di Capalbio libri lo scorso 28 luglio, in un incontro con l’autore moderato dal giornalista Paolo Conti.

“Non sono le regole di bordo né la ferrea disciplina a recuperare la formazione dei giovani in una navigazione a vela, ma l’attenzione alle persone e la dimensione di ascolto a cui ci poniamo allenandoli a non sottomettersi alle leggialla scoperta diun contatto diretto con una natura “squilibrata”, quale quella dell’acqua rappresenta”: così afferma Pandimiglio, esperto navigatore, fondatore della scuola “Mal di mare”  a Pescia romana, dedicata a ragazzi con abilità diverse e co-autore del Manifesto europeo della Vela Solidale, presentato al Parlamento di Bruxelles nel 2007 con una delegazione di 50 Associazioni europee.

Non basarsi sul protocollo ma sull’ascolto della persona e guardare tutti democraticamente, eliminando le etichette derivate dai singoli handicap, questo è l’input con cui dal 1995 lo staff della scuola stimola, con un clima accogliente ed inclusivo, giovani dai 6 ai 18 anni ognuno  proprietario di una particolare “situazione oppositiva”. “Inclusione”, non integrazione, è dunque la parola giusta e ricercata nel clima affettivo generato dalla scuola che ogni anno cambia la vita di decine e decine di ragazzi: da Livio, non vedente, a Francesco, tetraplegico, fino a Martino, che dopo un lasso di tempo conquistano la fiducia nell’istruttore e si imbarcano nello “squilibrio” delle onde marine ritrovando un proprio equilibrio personale.

Manovrare con le vele e gli spostamenti del proprio corpo la direzione del vento e dell’onda è infatti la giusta azione vissuta da un “soggetto frontaliero” come può essere un giovane ancora alla ricerca di se stesso, vero animale di confine imprevedibile che sfida gli elementi della gravità, cambiando direzione in continuazione:  “Allontanarsi dalla terra e da propri genitori sono momenti forti e importanti capaci di guidare il bambino sulla giusta rotta della propria esistenza – continua Pandimiglio – perché navigare è la migliore metafora della nostra vita ed il naufragio è un momento di passaggio necessario per crescere, così come la spiaggia  è una indispensabile cerniera tra terra e mare, laboratorio di limiti e di confini en plein air”. 

Il mare anche come forma di trasmissione tra gli esseri viventi è un significativo concept implicito nella formazione di questo originale modello pedagogico: “Andiamo a vivere insieme a dei ragazzi che hanno già una memoria implicita e non chiara del mare per stimolarli a nuovi modelli di comunicazione diretta con la Natura, a partire dalla loro curiosità e indole, davanti a genitori ed educatori che sono a caccia continua di cambiamenti e piccoli segnali di traguardo”.

L’equilibrio è anche un importante fattore di rischio proposto in tale insegnamento, dal momento che proprio in mare si vive uno squilibrio permanente in cui è difficile tenersi a galla, specie per giovani con danni cerebrali o che non hanno mai avuto un impatto diretto con le onde: quella del “Modus navigandi” di Pandimiglio diventa così – proprio come lui stesso sente le proprie imprese compiute attraversando Atlantico e Pacifico – un’esperienza singolare di immersione con l’Universo e la Natura”.

E ancor più è il fattore umano, di sospensione del giudizio sul “diverso” e sensibilità all’ascolto del proprio piccolo interlocutore, a generare la costruzione di un modello “alla pari” secondo cui il rapporto tra maestro e allievo, cioè sopra-sotto – come ha testimoniato sul palco del cinema di Capalbio il diciannovenne Niccolò, da dieci anni insegnante di vela alla scuola – rappresenta una vera e propria arte maieutica tesa a far fuoriuscire dai ragazzi ciò che hanno dentro: “la barca è solo un mezzo per raggiungere altro e crescere, sia da parte di chi insegna che di chi apprende”.

La disabilità non è intrinseca al ragazzo ma è presente solo nel modo in cui ci si relaziona con l’altro, e questo è limitante; il mare è liquido, proprio come noi, con onde continue e cangianti che si adattano allo spirito e al senso della scuola: un’esperienza unica ora trasformata in un libro da leggere e rileggere per imparare ad amare l’imprevedibilità ed i cambiamenti della vita e delle sue onde marine in ogni ambito.

Nella foto: Mauro Pandimiglio e Paolo Conti a Capalbio Libri

 

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