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La comunità protagonista nei musei

Nonostante i musei rimangano tutt’oggi uno stereotipo di elitarismo, possiamo osservare negli ultimi decenni, un incessante impegno di decostruzione sia dall’interno sia dall’esterno delle stesse istituzioni, con lo scopo di romperne gli schemi ed aumentarne l’accessibilità.  

La comunità artistica e sociale meno rappresentata viene invitata ad entrare negli spazi museali.

Su questa linea è la mostra Women Take The Floor, in visione fino a maggio 2021 al Museum of Fine Arts a Boston, che, sfidando la storia dominante dell’arte americana del XX secolo, espone opere di artiste femminili della comunità bostoniana a sostegno dei diritti per l’inclusione, la diversità e l’eguaglianza di genere nel museo.   Sulla stessa scia si muove la decisione di Christopher Bedford, direttore del Baltimore Museum, che acquista e mette in mostra, per tutto il 2020, esclusivamente artiste femminili non rappresentate e che vende un’opera di Andy Warhol e una di Robert Rauschenberg per trovare i fondi necessari.

 

Un altro esempio di decostruzione e rinnovamento sono le esperienze multisensoriali offerte ai visitatori, come accaduto al Cleveland Museum of Art la scorsa estate. La performance Sonic Blossom, ideata e curata da Lee Mingwei, nel 2015 già al Museum of Fine Arts, regala un’esibizione canora sulle note di Franz Schubert a tutti i visitatori che accettano: “May I give you the gift of song?”. VIDEO

La persona non è più sola nella sua relazione con l’ambiente museale ma viene in essa introdotta grazie all’intervento esterno di cantanti d’opera lirica che la ambienta  sensorialmente. Un’ esperienza similare, nell’associare ascolto ed osservazione, la ritroviamo anche in Italia presentata da ABCittà con la Biblioteca Vivente che offre all’auditorio, durante i suoi eventi, narrazioni autobiografiche di italiani di seconda generazione. Ultima, ma non per questo meno rilevante, l’iniziativa Factories of Stories negli Uffizi di Firenze che vede la collaborazione di mediatori culturali, professionisti museali e cittadini stranieri, nel creare un dialogo fra arte, esperienze personali e pubblico, presentato e coadiuvato da innovazioni mobile friendly come i podcast. 

Questo tipo di dialogo è quello che sta rinnovando i musei stessi, un movimento centripeto che crea una diversa relazione tra il museo e la comunità.

Gli esperti del settore si aprono al pubblico

Ancor più impegnativo sarà destrutturare le istituzioni museali nelle loro fondamenta. I musei sono infatti da sempre depositari di un’irraggiungibile perfezione che ha per contrasto accresciuto stereotipi difficili da superare.  Su questa linea, uno degli schemi recentemente adottati per un approccio più diretto con il cuore del museo, è l’apertura al pubblico degli spazi riservati precedentemente solo alla conservazione e al restauro delle opere, spazi prima accessibili solo agli addetti ai lavori. 

Su questa linea, uno degli schemi recentemente adottati per un approccio più diretto con il cuore del museo, è l’apertura al pubblico degli spazi riservati precedentemente solo alla conservazione e al restauro delle opere, spazi prima accessibili solo agli addetti ai lavori. 

Al Smithsonian American Art Museum, a Washington DC, per esempio, i visitatori possono partecipare a tour organizzati per osservare come i restauratori si prendono cura delle opere d’arte. Cade così un altro velo e il pubblico si sente investito di maggiore responsabilità ed invitato a partecipare ad una discussione più ampia del solo guardare l’opera stessa. 

È un nuovo modo di percepire ed interagire con qualcosa che solitamente veniva negato al pubblico. Osservare da vicino il grande lavoro, che c’è nella conservazione di una singola opera d’arte, fa comprendere meglio ai visitatori l’importanza per esempio delle raccolte fondi, il rispetto dell’opera stessa, in particolare per le generazioni future, senza ricorrere a metodi ispirati alla filosofia di M. Foucault come nel museo Guggenheim a New York. 

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