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DPCM. Lettera aperta di Viviana Toniolo, attrice e direttrice dello storico teatro Vittoria di Roma

Il patatrac è fatto! Il dissenso per la decisione di chiudere cinema e teatri è stato espresso, in questi giorni, da tante voci della cultura di grande risonanza e da tanti lavoratori del settore. È inutile ripetere tutte le considerazioni manifestate e assolutamente condivisibili.

Vorrei solo sottolineare un altro aspetto: noi, che abbiamo riaperto i teatri a inizio stagione, sapevamo che con il contingentamento dei posti, con il pubblico che avrebbe potuto aver timore a rifrequentare le sale, saremmo andati incontro ad ennesime difficoltà economiche. Con coraggio e senso di responsabilità abbiamo riaperto. 

Non eravamo pessimisti, perché quello che si temeva si è puntualmente realizzato: il pubblico in questi venticinque giorni è stato poco, ma quel poco era felice, e ci ha dato la consapevolezza che la decisione di riaprire era giusta.  Abbiamo riaperto le sale dei teatri non solo per riportare il pubblico a beneficiare degli spettacoli, ma anche per dare opportunità ai lavoratori di riprendere una vita normale e dignitosa.  Perché ho iniziato usando il termine “patatrac”? Perché con questa chiusura, decisa dall’ultimo DPCM, il messaggio è nefasto. 

Se i primi a chiudere sono cinema e  teatri, allora vuol dire che questi sono i luoghi pericolosi per la salute pubblica e quelli con il più alto rischio di contagio. E se di questo si tratta, perché le autorità sanitarie non hanno messo in atto le ispezioni al fine di verificare l’idoneità delle sale? Se lo avessero fatto avrebbero potuto constatare come cinema e teatri siano stati messi in sicurezza nel rispetto dei protocolli e come tutti i gestori abbiano seguito le norme indicate dal Governo. Nonostante l’assenza di questi controlli, per noi, gente di spettacolo, parlano i numeri, resi inconfutabili dalla pressoché totale inesistenza di contagiati sia nel settore professionale sia, soprattutto, tra il pubblico. Dunque le spese che abbiamo affrontato per ottemperare alle normative, sembrano proprio essere state inutili!

Se anche dovessero riaprirci, il danno sarebbe enorme ed è facilmente comprensibile il perché: se all’inizio abbiamo rischiato sulla nostra pelle per senso di responsabilità e amore per la nostra professione e, diciamolo pure, un amore che riteniamo sia anche una missione, ora è certo che i sacrifici fatti siano stati vani e l’ingente sforzo economico per riconquistare faticosamente il nostro pubblico, potrebbe essere perduto irrimediabilmente.

Se la pandemia si diffonde a ritmo incalzante è giusto chiudere perché se in troppi si ammalano, anche l’economia si ferma! Mi chiedo però con che criterio si sia deciso quali settori dovevano chiudere. 

Il nostro ministro Franceschini ha risposto alle tante proteste di questi giorni asserendo che “non si è capito a che punto siamo”.

Ecco, vorrei dire al ministro che noi dello spettacolo, e delle arti in genere, lo avevamo già capito a marzo a che punto eravamo e saremmo stati e che proprio in previsione della seconda ed inevitabile ondata di contagi, ci siamo scrupolosamente organizzati per convivere e lavorare in questa situazione di emergenza nel rispetto delle vite nostre e degli altri.

Ora, un appello lo faccio ai cittadini. Quando verranno riaperti teatri e cinema, non abbiate paura, noi siamo quelli che hanno predisposto l’accoglienza nel modo più sicuro e responsabile. Come dico e penso sempre, siamo noi cittadini che dobbiamo difendere la cultura. 

Da anni, si ha l’impressione che per i nostri governanti sia poco importante. Una nazione senza arte e cultura crea un popolo ignorante, poco consapevole, insomma, un paese incivile!

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