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MYmovies ONE. “L’ultima luna di settembre”, poesia cinematografica dalla Mongolia

Arriva su MYmovies ONE dopo un variegato percorso festivaliero che lo ha visto prescelto a rappresentare la Mongolia agli Oscar e vincere diversi premi del pubblico, da Vancouver fino a Milano, dove ha incantato le platee del Festival del cinema Africano, d’Asia e America Latina.

E non potrebbe essere altrimenti, visto che l’esordio alla regia di Amarsaikhan Baljinnyam (il quale finora aveva fatto solo l’attore e anche qui si riserva il ruolo di protagonista) è un racconto visceralmente sentimentale, favolistico ma con una chiave malinconica, poiché sa bene che anche le favole prima o poi devono concludersi.

L’orizzonte temporale è chiaro fin dal titolo, che indica la fine del periodo del raccolto del grano: quella è la finestra che ha a disposizione Tulgaa, chef di città nella capitale Ulaanbaatar che deve fare ritorno nel contesto rurale in cui è cresciuto perché il padre adottivo è in fin di vita.

Nel far visita all’anziano contadino prende in mano la falce e torna nei campi, dove incontrerà il combattivo ragazzino Tuntuulei che subito lo prende in giro per come maneggia l’attrezzo. Presto i due scopriranno di avere qualcosa in comune, dato che Tuntuulei non ha mai incontrato il suo padre biologico.

Le emozioni scorrono copiose tra gli scorci mozzafiato dei luoghi delle riprese, e se il nonno di Tuntuulei ci avverte enigmatico che “le persone usano le parole come gli animali usano gli zoccoli”, il regista fa della comunicazione un filo rosso che attraversa tutto il film.

Non a caso la prima scena strappa un sorriso mostrando quanto sia difficile usare il telefono quando si è sperduti nella natura: per trovare campo serve il precario equilibrio di un cavallo, un uomo e un bastone l’uno sopra gli altri.

Più avanti si cercherà di costruire una torre per rendere quel ponte comunicativo più saldo, ma le fondamenta sono quelle che si costruiscono con i gesti, e che vedranno Tulgaa e Tuntuulei creare un legame unico attraverso sequenze picaresche (rotolarsi giù dalle colline, pescare nel lago, osservare gli animali) impossibili da non apprezzare nella loro semplicità e innocenza.

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