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Simposio all’Università Europea di Roma su scienza, bioetica e sostenibilità: vivere oltre i 100 anni

Si è concluso oggi il simposio multidisciplinare “Vivere 100 Anni: Longevità e Invecchiamento” promosso dall’Università Europea di Roma attraverso il Dipartimento di Scienze della Salute e della Vita.

Un evento che ha acceso i riflettori su un tema cruciale per il futuro della sanità e della società: l’invecchiamento della popolazione e la qualità della vita negli anni guadagnati all’età media.

In un’aula gremita presso il campus romano, medici, filosofi, bioeticisti e scienziati hanno condiviso dati, riflessioni e proposte operative, muovendosi lungo un unico filo conduttore: non è sufficiente vivere a lungo, bisogna vivere bene.

Italia: un Paese sempre più longevo

Secondo i dati Istat richiamati nel corso dell’incontro, l’Italia è il secondo Paese più longevo al mondo dopo il Giappone. Già oggi un quarto della popolazione ha più di 65 anni e si stima che entro il 2030 sarà un terzo a superare questa soglia. Tuttavia, solo la metà di questi anni viene vissuta in buona salute e autonomia, segnando un divario significativo tra life span (aspettativa di vita) e health span (aspettativa di vita in salute).

Il contributo della ricerca scientifica: biomarcatori e cellule ringiovanite

Particolarmente attesa la keynote lecture di Andrea Cipriano, faculty instructor presso la Stanford School of Medicine, che ha presentato le ultime ricerche sui biomarcatori dell’invecchiamento. “Identificare marcatori bioumorali affidabili è il primo passo per sviluppare terapie capaci di rallentare o invertire l’invecchiamento cellulare”, ha spiegato Cipriano. Tra le tecnologie emergenti, spiccano gli interventi epigenetici, in grado di “ringiovanire” le cellule senza modificare il DNA.

Lo studio ha anche evidenziato come l’ambiente, lo stile di vita, l’alimentazione e i livelli di inquinamento incidano in maniera determinante sulla longevità, molto più dei soli fattori genetici.

La visione di Alberto Carrara: dignità e salute del cervello nella longevità

Il prof. Alberto Carrara, bioetico e filosofo, ha offerto una prospettiva cruciale sul tema della longevità: non basta estendere gli anni, bisogna garantire dignità, qualità e benessere cognitivo.

Durante il dibattito “Vale sempre la pena vivere 100 anni?”, Carrara ha sottolineato l’importanza della dignità della vita estesa, insistendo sul fatto che una longevità autentica si realizza solo se accompagnata da un ambiente sociale e culturale che riconosce e valorizza l’anziano come risorsa, non peso. Questo punto rispecchia la sua visione, già espressa in contesti internazionali: “gli anziani non sono un peso per la società, ma una risorsa preziosa: la loro esperienza e saggezza rappresentano un patrimonio culturale e umano insostituibile”.

Inoltre, Carrara ha arricchito la discussione con il suo modello multidisciplinare di “Brain Health”. Ha illustrato i sei pilastri fondamentali per preservare le funzioni cognitive nel corso della vita: nutrizione, esercizio fisico, corretto riposo, stimolazione mentale, gestione dello stress e relazioni sociali.

Un approccio sistemico che include inoltre musica, arte ed esperienze sensoriali come strumenti essenziali per mantenere attivo e nutrito il cervello, componente centrale di una longevità sana

Una visione olistica tra etica, medicina e società

Il simposio ha avuto il merito di superare una visione strettamente clinica, includendo anche riflessioni filosofiche e bioetiche. Nella tavola rotonda “Longevità: Scienza, Fede, Senso e Sostenibilità”, moderata dal divulgatore Jacopo Morroni, i relatori hanno discusso dell’impatto socioeconomico di una popolazione sempre più anziana. Alberto Carrara ha parlato della dignità della vita estesa, Luciano Romano della soggettività del benessere negli anziani, mentre Livio Pietro Tronconi ha evidenziato i rischi legati alla sostenibilità dei sistemi sanitari e previdenziali.

La vera domanda: vale sempre la pena vivere 100 anni?

Durante il dibattito “Vale sempre la pena vivere 100 anni?”, il tema ha assunto un tono più intimo e profondo. Il rischio dell’isolamento, della perdita degli affetti, della disconnessione con il mondo circostante sono aspetti che, secondo il professor Ernesto Greco, direttore del Dipartimento e promotore del simposio, non possono essere ignorati. “Allungare la vita deve andare di pari passo con la capacità della società di garantire servizi, relazioni e dignità”.

Un’agenda per il futuro della longevità

Tra le proposte emerse: l’urgenza di ripensare i modelli organizzativi sanitari e assistenziali, l’importanza della prevenzione, il potenziamento della ricerca sui biomarcatori dell’invecchiamento e un nuovo paradigma che metta la persona anziana al centro della società, non ai margini.

Il simposio si è concluso con un momento conviviale di lunch & networking, utile per stimolare nuovi progetti e collaborazioni tra ricercatori, clinici, filosofi e decisori pubblici.


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