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Radioterapia, la nuova frontiera contro le aritmie

La radioterapia non è più soltanto una disciplina dedicata al trattamento dei tumori. Oggi si apre a nuovi scenari clinici, diventando una possibile soluzione per alcune patologie cardiache complesse, in particolare le aritmie sopraventricolari resistenti ai farmaci o non trattabili con le tecniche tradizionali.

Grazie ai progressi tecnologici e a un approccio integrato tra radioterapisti, cardiologi e fisici medici, sta emergendo una metodologia innovativa: la STAR – stereotactic arrhythmia radioablation, conosciuta anche come radioterapia ablativa cardiaca. Si tratta di una tecnica ad altissima precisione che mira a “silenziare” il tessuto cardiaco responsabile dell’aritmia, senza incisioni né cateteri.


Come funziona la radioterapia ablativa cardiaca

La STAR crea una micro-cicatrice nel punto da cui origina l’aritmia, correggendo il circuito elettrico alterato.

La procedura:

  • dura in media 15–20 minuti,
  • si esegue in un’unica seduta,
  • richiede una pianificazione avanzata con TAC cardiaca, risonanza magnetica e mappatura elettro-anatomica,
  • si basa sul principio dell’ablazione stereotassica oncologica: dose elevata in un volume ridotto, con massima precisione.

Studi clinici europei e statunitensi hanno documentato una riduzione significativa degli episodi aritmici e un miglioramento della qualità di vita, con un profilo di sicurezza considerato molto promettente.

Come sottolinea Stefano Pegolizzi, presidente eletto AIRO, la radioterapia che cura il cuore rappresenta «una realtà clinica in evoluzione, capace di ampliare gli orizzonti della disciplina mantenendo sicurezza e visione multidisciplinare».


Dall’oncologia alle patologie non oncologiche

La radioterapia aveva già superato i confini oncologici prima dell’arrivo della STAR. Da anni viene utilizzata in:

  • malformazioni vascolari cerebrali,
  • nevralgie refrattarie del trigemino,
  • patologie infiammatorie e proliferative,
  • disturbi ortopedici e reumatologici, come fascite plantare, calcificazioni peri-protesiche e artrosi.

In questi ambiti, dosi molto basse di radiazioni vengono utilizzate per ridurre l’infiammazione e il dolore, con benefici documentati in diversi studi clinici.

Oggi il cuore rappresenta una nuova frontiera della radioterapia. Diversi centri italiani hanno avviato programmi sperimentali e protocolli di ricerca dedicati alla radioterapia ablativa cardiaca, sviluppando percorsi condivisi tra radioterapisti e cardiologi.


Sicurezza, selezione dei pazienti e ricerca in evoluzione

Radioterapisti e cardiologi lavorano insieme per definire:

  • protocolli condivisi,
  • dosi sicure,
  • criteri di selezione dei pazienti più idonei.

Restano aperte alcune domande chiave:

  • quali sono gli effetti a lungo termine delle radiazioni sul tessuto cardiaco sano?
  • qual è il momento ottimale per intervenire nel percorso clinico del paziente?

La ricerca è in pieno sviluppo e il livello di interesse scientifico è molto alto, anche per il potenziale impatto sulla gestione delle aritmie refrattarie.


Un’opzione in più per i pazienti fragili

La radioterapia ablativa cardiaca non nasce per sostituire le tecniche tradizionali, ma per ampliare l’armamentario terapeutico:

  • offre una chance ai pazienti più fragili,
  • rappresenta un’opzione per chi non può essere sottoposto ad ablazione con catetere,
  • può essere considerata nei casi resistenti ai farmaci.

Come ricorda Antonella Ciabattoni, segretario AIRO, «non si tratta di rimpiazzare le terapie esistenti, ma di offrire un’opportunità in più, mantenendo al centro la persona e la qualità della vita».

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