I giovani ricercatori spinti verso idee “sicure”. Finanziamenti brevi, precarietà, valutazioni basate sul numero di pubblicazioni e gerarchie accademiche possono scoraggiare le ricerche più originali. Una nuova analisi pubblicata su Nature Human Behaviour chiede di ripensare il sistema scientifico.
La scienza dovrebbe essere il luogo delle domande difficili, delle intuizioni fuori dagli schemi e degli esperimenti capaci di aprire strade completamente nuove. Eppure, secondo una prospettiva pubblicata sulla rivista Nature Human Behaviour, l’organizzazione contemporanea della ricerca rischia di produrre l’effetto opposto: spingere gli scienziati, soprattutto quelli più giovani, a scegliere progetti prevedibili, facilmente finanziabili e in grado di generare risultati in tempi brevi.
Il lavoro, guidato da Phillip J. Haubrock e Teun Everts e firmato da un ampio gruppo internazionale di ricercatori, sostiene che la crisi della creatività scientifica non dipenda dalla mancanza di talento. Il problema sarebbe piuttosto nel sistema in cui quel talento deve cercare di emergere.
Contratti precari, bandi molto competitivi, finanziamenti di breve durata, costi crescenti delle pubblicazioni e criteri di valutazione fondati principalmente su indicatori numerici possono trasformare la prudenza in una strategia di sopravvivenza professionale.
È importante precisare che l’articolo non presenta un singolo esperimento né una nuova indagine statistica. Si tratta di una “Perspective”, cioè di un’analisi critica costruita sulla letteratura scientifica disponibile per interpretare il funzionamento complessivo del mondo accademico. Lo studio è stato pubblicato il 3 settembre 2026 su Nature Human Behaviour.
Perché il sistema della ricerca può frenare l’innovazione
Una scoperta realmente innovativa nasce spesso da un’ipotesi incerta. Per verificarla possono servire anni, numerosi tentativi e la possibilità concreta di fallire. Il sistema accademico attuale, però, tende frequentemente a premiare ciò che è misurabile in tempi relativamente brevi.
Un giovane ricercatore che deve ottenere un nuovo contratto, vincere un finanziamento o accumulare pubblicazioni difficilmente può permettersi di dedicare anni a un’idea affascinante ma dall’esito incerto. È più razionale scegliere una domanda delimitata, utilizzare metodi già riconosciuti e proporre risultati che possano essere pubblicati senza eccessive difficoltà.
Gli autori definiscono questo comportamento una forma di “conformità strategica”. Non è necessariamente mancanza di coraggio. È una risposta comprensibile alle regole del sistema.
Il paradosso è evidente: le istituzioni dichiarano di volere innovazione, ma possono finire per premiare soprattutto la prevedibilità.
Che cosa significa “publish or perish”
L’espressione inglese “publish or perish”, pubblicare o scomparire, descrive la pressione esercitata sui ricercatori affinché producano continuamente articoli scientifici.
Pubblicare è naturalmente indispensabile: permette di condividere risultati, sottoporli al controllo della comunità scientifica e far avanzare la conoscenza. Il problema nasce quando la quantità delle pubblicazioni diventa più importante della loro qualità, originalità o utilità sociale.
Se la carriera dipende soprattutto dal numero di articoli, dalle citazioni ricevute o dall’Impact Factor delle riviste, la ricerca può frammentarsi in molti lavori di portata limitata. Diventa inoltre meno conveniente investire tempo in progetti complessi, risultati negativi, repliche di studi precedenti o attività essenziali che non producono immediatamente una pubblicazione.
In altre parole, gli indicatori pensati per misurare la scienza possono arrivare a influenzare il modo stesso in cui la scienza viene realizzata.
I giovani ricercatori sono i più esposti
Le conseguenze risultano particolarmente pesanti per dottorandi, assegnisti, postdoc e ricercatori nelle prime fasi della carriera. Sono proprio loro ad avere spesso meno autonomia, contratti più brevi e una maggiore dipendenza dai responsabili dei laboratori.
Un ricercatore affermato può avere risorse, reputazione e tempo sufficienti per sostenere un progetto rischioso. Chi è all’inizio, invece, deve dimostrare rapidamente di essere produttivo. Un insuccesso scientifico, anche quando nasce da un’idea valida, può compromettere il rinnovo di un contratto o l’accesso al finanziamento successivo.
La dipendenza gerarchica può inoltre limitare la libertà di contestare approcci consolidati, avanzare interpretazioni alternative o sviluppare una linea di ricerca indipendente. L’età scientificamente più fertile rischia così di coincidere con quella in cui è più difficile assumersi dei rischi.
Secondo gli autori, il risultato può essere una progressiva perdita di talenti. Alcuni giovani abbandonano l’università; altri si concentrano negli istituti più ricchi, capaci di offrire laboratori, reti internazionali e maggiore stabilità. Le disuguaglianze tra università e Paesi finiscono quindi per alimentarsi nel tempo.
Finanziamenti brevi e valutazioni prudenti
Anche il sistema dei finanziamenti può favorire proposte conservative. I valutatori devono decidere quali progetti sostenere con risorse limitate e tendono comprensibilmente a preferire programmi ben definiti, metodologie consolidate e risultati considerati plausibili.
Le ricerche radicalmente nuove, però, sono spesso difficili da valutare proprio perché non seguono percorsi già conosciuti. Possono apparire troppo speculative, poco mature o eccessivamente rischiose.
Si crea così un circolo vizioso: per ricevere fondi occorre dimostrare in anticipo che il progetto funzionerà, ma le scoperte più importanti nascono spesso da esperimenti il cui risultato non può essere previsto.
Anche la revisione tra pari, essenziale per controllare la qualità degli studi, può diventare conservatrice quando il sistema è sovraccarico. Idee non convenzionali, approcci interdisciplinari e ricerche provenienti da istituzioni meno conosciute possono incontrare maggiori difficoltà nel superare la valutazione.
Il peso delle disuguaglianze accademiche
La creatività non cresce nel vuoto. Ha bisogno di tempo, infrastrutture, libertà intellettuale, confronto e sicurezza professionale.
I grandi centri di ricerca dispongono generalmente di laboratori avanzati, personale amministrativo, collaborazioni internazionali e maggiore capacità di sostenere i costi delle pubblicazioni. Le istituzioni più piccole o collocate in sistemi nazionali meno finanziati partono invece da una posizione svantaggiata.
A questo si aggiunge il cosiddetto “effetto Matteo”: chi possiede già risorse e prestigio tende a ottenere più facilmente nuovi riconoscimenti, finanziamenti e collaborazioni. Il merito scientifico continua a essere importante, ma non opera in condizioni perfettamente uguali.
Il rischio è una progressiva concentrazione della ricerca in poche università e in un numero ristretto di Paesi. Una simile concentrazione non rappresenta soltanto un problema di equità: riduce la varietà delle prospettive, delle domande e delle esperienze da cui possono nascere nuove conoscenze.
Creatività scientifica: non solo una qualità personale
Uno dei messaggi centrali del lavoro è che la creatività scientifica non può essere considerata esclusivamente una caratteristica individuale.
Non basta selezionare persone brillanti e chiedere loro di essere innovative. Occorre costruire un ambiente che permetta di esplorare, sbagliare, correggere la direzione e perseverare anche quando i risultati non arrivano immediatamente.
La creatività sarebbe quindi una proprietà emergente dell’intero ecosistema della ricerca. Nasce dall’incontro tra capacità individuale, autonomia, stabilità, pluralità delle idee, disponibilità di risorse e tolleranza verso il fallimento.
Se una di queste condizioni viene meno, anche i ricercatori più capaci possono essere indotti a limitare le proprie ambizioni.
Le possibili riforme del sistema scientifico
Gli autori propongono un cambiamento strutturale, non semplici interventi motivazionali rivolti ai singoli ricercatori.
Una prima necessità riguarda la stabilità professionale. Contratti più lunghi e percorsi di carriera meno incerti consentirebbero di affrontare progetti complessi senza dover produrre continuamente risultati immediati.
Le valutazioni dovrebbero poi considerare non soltanto il numero di articoli e citazioni, ma anche l’originalità delle domande, la solidità dei metodi, la condivisione dei dati, la collaborazione, la capacità di perseverare e il contributo concreto alla società.
Lo studio suggerisce inoltre una maggiore decentralizzazione delle decisioni. Distribuire risorse e responsabilità potrebbe limitare la concentrazione del potere accademico e offrire spazio a idee provenienti da ricercatori, istituzioni e Paesi meno rappresentati.
Dovrebbero essere riconosciuti anche i percorsi professionali non lineari. Periodi trascorsi fuori dall’università, interruzioni familiari o sanitarie e cambiamenti di disciplina non possono essere automaticamente interpretati come segnali di minore qualità scientifica.
Difendere i giovani ricercatori significa difendere la scienza
La questione non riguarda soltanto chi lavora nelle università. Una ricerca meno creativa può rallentare la capacità della società di affrontare malattie, crisi ambientali, transizione energetica, nuove tecnologie e problemi ancora privi di soluzioni.
Non tutte le idee rischiose porteranno a una scoperta. Molte falliranno, ed è una componente inevitabile del metodo scientifico. Ma se nessuno può permettersi di tentare, diminuisce anche la probabilità di ottenere quelle scoperte che cambiano radicalmente il nostro modo di comprendere il mondo.
Il messaggio della ricerca è dunque chiaro: chiedere ai giovani scienziati di innovare senza offrire loro tempo, autonomia e stabilità è una contraddizione. La creatività scientifica non si produce attraverso una competizione permanente e non può essere misurata soltanto contando pubblicazioni.
Proteggere la libertà di esplorare significa proteggere il futuro stesso della conoscenza.



