Tumore della prostata, la terapia focale resta poco utilizzata

Uno studio statunitense condotto su oltre 1,1 milioni di pazienti mostra che la terapia focale interessa appena l’1,3% dei casi di carcinoma prostatico non metastatico. Circa la metà dei trattamenti riguarda però uomini appartenenti a categorie di rischio per le quali le prove scientifiche sono ancora insufficienti

La terapia focale rappresenta una delle strategie più innovative per il trattamento del tumore della prostata localizzato. A differenza della chirurgia radicale e della radioterapia estesa all’intera ghiandola, interviene soltanto sulla porzione di prostata in cui è presente la lesione tumorale, cercando di preservare il tessuto sano.

Questo approccio potrebbe ridurre alcune conseguenze delle terapie tradizionali, come incontinenza urinaria e disfunzione erettile. La sua applicazione nella pratica clinica, tuttavia, rimane ancora limitata e non sempre rispetta le indicazioni sostenute dalle attuali evidenze scientifiche.

È quanto emerge da uno studio retrospettivo coordinato da Andrea Cosenza e Quoc-Dien Trinh, della University of Pittsburgh School of Medicine, pubblicato sulla rivista scientifica JAMA.

Analizzati oltre 1,1 milioni di pazienti

I ricercatori hanno esaminato i dati del National Cancer Database relativi a 1.179.384 uomini di almeno 50 anni, ai quali era stato diagnosticato un tumore della prostata non metastatico tra il 2010 e il 2023.

Soltanto 15.672 pazienti, pari all’1,3% del campione, hanno ricevuto una terapia focale. Il dato conferma che, nonostante il crescente interesse clinico, questa soluzione continua a rappresentare una quota molto ridotta dei trattamenti per il carcinoma prostatico localizzato.

L’elemento più rilevante riguarda però la selezione dei pazienti: il 51% degli uomini sottoposti alla procedura presentava una malattia classificata a basso, alto o altissimo rischio. Si tratta di gruppi per i quali le principali linee guida non sostengono l’impiego ordinario della terapia focale.

Il restante 49% era costituito da pazienti con tumore a rischio intermedio, favorevole o sfavorevole, la categoria nella quale questo approccio può apparire più promettente, soprattutto nell’ambito di studi clinici e registri prospettici. Lo studio è stato pubblicato online da JAMA il 13 agosto 2026.

Che cos’è la terapia focale

La terapia focale mira a distruggere esclusivamente la zona della prostata interessata dal tumore. Per ottenere questo risultato possono essere utilizzate differenti tecnologie, tra cui gli ultrasuoni focalizzati ad alta intensità, conosciuti come HIFU, la crioterapia, l’ablazione laser e altre tecniche di distruzione localizzata del tessuto.

L’obiettivo è trovare un equilibrio tra il controllo oncologico e la qualità della vita. Preservando una parte maggiore della ghiandola e delle strutture circostanti, il trattamento potrebbe limitare gli effetti sulla continenza urinaria e sulla funzione sessuale.

Il vantaggio potenziale deve però essere confrontato con alcuni interrogativi ancora aperti. Mancano, infatti, dati robusti e di lunga durata sul controllo della malattia, sulla necessità di ulteriori trattamenti, sulle complicanze, sulla qualità della vita e sui costi complessivi.

Il rischio di trattare troppo o troppo poco

Nei pazienti con carcinoma prostatico a basso rischio, la terapia focale potrebbe rappresentare un trattamento eccessivo. Per molti di questi uomini, la sorveglianza attiva costituisce la strategia di riferimento: la malattia viene controllata attraverso PSA, visite, risonanza magnetica e biopsie, intervenendo soltanto quando compaiono segnali di progressione.

Nei tumori ad alto o altissimo rischio il problema è opposto. Un trattamento limitato a una sola area della prostata potrebbe non essere sufficiente a controllare una malattia biologicamente più aggressiva. In questi casi continuano a essere indicate, sulla base della valutazione individuale, strategie consolidate come la prostatectomia radicale, la radioterapia e le terapie sistemiche.

Definire questi impieghi semplicemente come “inappropriati” richiede comunque cautela. Il database utilizzato nello studio non permette di stabilire se alcuni pazienti fossero inseriti in sperimentazioni cliniche o presentassero condizioni particolari che avevano influenzato la scelta terapeutica.

Come è cambiato l’impiego dal 2010 al 2023

Nel corso dei tredici anni considerati, l’utilizzo della terapia focale è aumentato dal 2,1% al 2,9% nei pazienti con malattia a rischio intermedio favorevole.

È invece diminuito nei casi a rischio intermedio sfavorevole, passando dal 2,5% all’1,9%. La riduzione è risultata ancora più evidente nei tumori ad alto rischio, dal 2,1% allo 0,9%, e in quelli ad altissimo rischio, dall’1,8% allo 0,5%.

È cambiato anche il tipo di tecnologia impiegata. Nel 2010 la crioterapia rappresentava quasi l’80% delle procedure focali, mentre nel 2023 era scesa al 19,1%. Nello stesso periodo l’ablazione laser è cresciuta dal 14,6% al 45,8%, mentre le altre tecniche, compresi gli ultrasuoni focalizzati HIFU, sono passate dal 5,6% al 35,1%.

Una terapia promettente, ma la selezione è decisiva

Lo studio non dimostra che la terapia focale sia inefficace. Evidenzia piuttosto la necessità di individuare con maggiore precisione gli uomini che possono realmente beneficiarne.

Secondo Quoc-Dien Trinh, autore senior della ricerca, nei pazienti adeguatamente selezionati con tumore a rischio intermedio la terapia focale può risultare interessante perché cerca di curare la malattia preservando la qualità della vita. L’introduzione delle nuove tecnologie deve però procedere sulla base di prove cliniche solide e in coerenza con le linee guida. La University of Pittsburgh ha illustrato risultati e limiti dell’indagine.

La decisione non può quindi dipendere soltanto dalla disponibilità della tecnologia. Deve integrare caratteristiche del tumore, valori del PSA, risultati della biopsia, risonanza magnetica multiparametrica, età, condizioni generali e preferenze del paziente.

I limiti della ricerca

L’indagine è osservazionale e retrospettiva: descrive come la terapia focale è stata impiegata negli Stati Uniti, ma non confronta direttamente la sua efficacia con quella della chirurgia, della radioterapia o della sorveglianza attiva.

Il National Cancer Database, inoltre, non raccoglie informazioni complete sulla partecipazione agli studi clinici, sugli effetti collaterali, sui trattamenti successivi e sugli esiti oncologici a lungo termine. L’archivio comprende prevalentemente strutture accreditate dalla Commission on Cancer e potrebbe non rappresentare tutte le procedure eseguite nel Paese.

I risultati non devono neppure essere trasferiti automaticamente alla realtà sanitaria italiana, dove percorsi assistenziali, criteri di selezione e disponibilità delle tecnologie possono essere differenti.

La medicina di precisione richiede prove solide

La terapia focale incarna uno degli obiettivi della moderna oncologia: colpire il tumore con la massima precisione, riducendo il danno ai tessuti sani. Nel carcinoma prostatico, però, la precisione tecnica deve essere accompagnata da un’altrettanto accurata selezione clinica.

Servono studi prospettici, confronti con le terapie standard e osservazioni di lunga durata per comprendere quali pazienti possano ottenere un controllo oncologico adeguato senza rinunciare ai possibili vantaggi sulla qualità della vita.

Il messaggio della ricerca è quindi chiaro: la terapia focale è una strada promettente, ma non può ancora essere considerata una soluzione universale per tutti i tumori della prostata non metastatici.

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