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“In a better world”, due bambini contro il mondo degli adulti

“In a better world” di Susanne Bier, regista danese, è nelle sale cinematografiche dopo aver mietuto meritati successi ai concorsi cui ha partecipato, come all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma

“Haevnen” questo il titolo originale del film della regista danese Susanne Bier, uscito nelle sale venerdì 10 dicembre, è già molto apprezzato dal pubblico. Un’avvisaglia delle potenzialità espressive di questo film già la si era avuta nel corso della 5° Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, allorché era stato presentato con un buon successo di critica e di pubblico vincendo il Premio Speciale della Giuria e l’ambitissimo Premio per il “miglior film votato dal pubblico”.  Ma il cammino di “In a better world” è appena cominciato ed avrà il suo culmine a marzo 2011 in quanto candidato all’Oscar come miglior film straniero per la Danimarca.

E’ la storia di due ragazzini e delle loro rispettive famiglie. Christian dodicenne si è appena trasferito da Londra col padre, dopo la morte della madre. Un evento che lo ha segnato in modo traumatico facendogli perdere il sorriso ed imputando al padre tale perdita. La sua reazione a questo dolore lancinante si tramuta in uno sguardo gelido del suo prossimo e nell’incrudelimento della sua sfera affettiva. Nella scuola che frequenta conosce un suo coetaneo, Elias, timido, introverso e spesso vessato dai compagni, col sorriso meccanico di chi porta l’apparecchio. Elias ha alle spalle una famiglia in crisi. Un padre Anton (Mikael Persbrandt) medico in Africa alle prese con i drammi e le violenze più cruente che, quando ritorna a casa, trova un’atmosfera gelida con la moglie Marianne (Trine Dyrholm) che non gli perdona un precedente tradimento.   Insieme i due ragazzini proveranno ad esplorare il mondo facendosi giustizia da soli e stentando a stabilire un rapporto proficuo con il mondo degli adulti, percepito come ostile, nonostante gli sforzi del padre di Elias, Anton, che anche con l’esempio cerca di fargli capire che con la filosofia del occhio per occhio dente per dente non si va da nessuna parte.

Il grande merito di questo film sta nella potenza espressiva delle immagini, cinema allo stato puro. Il padre Anton che mostra ai ragazzi come non si paga la violenza dell’altro con la stessa moneta, i momenti di riflessione dei genitori di Elias con, sullo sfondo, i paesaggi e la natura di un Nord glaciale, il tuffo potente e visionario nella violenza e nelle assurdità del mondo in un non meglio specificato dramma africano (il Sudan ha protestato riconoscendo i fatti narrati come allusioni al dramma del Darfur), le espressioni crudeli e spaesate dei due coetanei, fanno di questo film l’emblema di quello che il cinema dovrebbe essere, un  intenso racconto per immagini più che una narrazione affidata troppo ai dialoghi.

Susanne Bier si conferma regista di gran talento. Dopo essere uscita dalla scuderia del grande regista Lars Von Trier e del suo gruppo di sperimentazione denominato Dogma, la Bier ha realizzato film di ottima qualità come “Non desiderare la donna d’altri” (2004), “Dopo il matrimonio” (2006) e “Noi due sconosciuti” (2007).

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