Ranking QS 2026: la comunicazione resta il vero tallone d’Achille delle università

L’Italia si difende nel QS University Rankings 2026, posizionandosi complessivamente bene nel panorama continentale grazie a solidi indicatori legati a reputazione accademica, qualità della ricerca, internazionalizzazione e sostenibilità.

Tuttavia, la top ten europea resta saldamente occupata da atenei stranieri, segnalando un divario che non può essere spiegato soltanto con parametri strutturali o finanziari.

A emergere con forza, ancora una volta, è una fragilità sistemica nella comunicazione, un fattore che pesa più di quanto si sia disposti ad ammettere e che incide in modo diretto proprio su uno degli indicatori più rilevanti: la reputazione.

La reputazione: un capitale che va costruito, non solo meritato

La reputazione universitaria non è una variabile astratta né un semplice riflesso della qualità della didattica o della ricerca. È il risultato di una narrazione coerente, continua e strategica capace di portare all’esterno il valore prodotto all’interno degli atenei.

Ed è qui che il sistema universitario italiano mostra una delle sue maggiori debolezze. Le eccellenze non mancano: laboratori di avanguardia, pubblicazioni scientifiche di alto livello, brevetti, spin-off, progetti europei, trasferimento tecnologico, collaborazioni internazionali. Ma quanto di tutto questo riesce davvero a emergere nel dibattito pubblico, nei media, nelle piattaforme internazionali, nei circuiti decisionali globali?

Troppo poco. E spesso in modo frammentato, episodico, non sistemico.

Terza missione: divulgare non è un optional

Tra le funzioni fondamentali dell’università contemporanea, accanto a didattica e ricerca, si colloca ormai stabilmente la terza missione: ovvero la capacità di dialogare con la società, trasferire conoscenza, diffondere cultura scientifica, alimentare consapevolezza collettiva.

Eppure, proprio su questo terreno, il sistema accademico italiano continua a mostrare un ritardo strutturale. La divulgazione scientifica e la comunicazione istituzionale restano spesso delegate a iniziative isolate, non coordinate, prive di una strategia unitaria. Manca una visione olistica che integri comunicazione, branding accademico, posizionamento internazionale e public engagement.

Il risultato è che ciò che non viene raccontato resta invisibile, e ciò che resta invisibile non costruisce reputazione. In un contesto globale ipercompetitivo, questo limite diventa un vero freno alla crescita.

La classifica QS come specchio di un problema più profondo

Il QS Ranking non è il Vangelo – e nessuna classifica lo è – ma rappresenta uno strumento di lettura delle dinamiche globali. Se l’Italia, pur disponendo di atenei antichissimi, di una tradizione scientifica straordinaria e di competenze diffuse, fatica a entrare stabilmente nella top ten europea, la ragione non può essere solo economica o infrastrutturale.

Accanto a strutture talvolta obsolete, carenze logistiche e sottofinanziamento cronico, emerge un deficit più sottile ma decisivo: la mancanza di una cultura della comunicazione strategica.

Le grandi università internazionali investono in modo massiccio su storytelling istituzionale, public relations scientifiche, comunicazione digitale multicanale, brand accademico ed engagement globale.

Non per semplice marketing, ma per costruire ecosistemi reputazionali capaci di attrarre studenti, ricercatori, finanziamenti, imprese e partnership internazionali.

La culla delle civiltà alla prova della modernità

L’Italia resta la culla delle civiltà, patria di atenei tra i più antichi al mondo, fucina storica di scienziati, filosofi, medici, matematici e innovatori. Ma la storia, da sola, non basta più.

Il tempo impone una metamorfosi culturale profonda, che sappia intercettare il cambiamento socio-economico, le nuove esigenze formative, le competenze richieste dal mercato globale, nonchè l’evoluzione dei linguaggi comunicativi.

Serve una visione integrata, capace di unire progettazione didattica, ricerca avanzata, trasferimento tecnologico e comunicazione strategica. Solo così l’università può tornare a essere motore centrale dello sviluppo e non semplice luogo di formazione.

Comunicare per esistere: il valore del “dire”

Nel mondo iperconnesso di oggi, non basta fare bene: bisogna saperlo raccontare. La conoscenza che non viene comunicata resta confinata. La ricerca che non viene divulgata resta invisibile. L’eccellenza che non viene narrata non genera valore sistemico.

La comunicazione, dunque, non è un accessorio. È parte integrante della missione universitaria. È lo strumento che trasforma il sapere in impatto sociale, economico e culturale.

Perché, in definitiva, ciò che non viene detto rimane tale. E il non comunicare oggi più che mai, non premia.

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