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Il cambiamento può attendere?

ROMA – Gli “in bocca al lupo”, le congratulazioni si sono sprecati dopo l’accettazione da parte di Enrico Letta dell’incarico di formare il nuovo esecutivo (con riserva). E che governo, visto che qualche nome inizia già a circolare. Tenetevi ben saldi alle seggiole: Maurizio Sacconi, il demolitore dei sindacati, Cgil in testa e Maurizio Lupi, l’uomo di Comunione e Liberazione.  Due nomi, una garanzia.

E mica  solo loro. Si fanno i nomi anche dell’ex ministro Gelmini, di Brunetta, Quagliarello, perfino di D’Alema. Insomma il nuovo che avanza  senza restyling.

Per fortuna Giorgio Napolitano aveva bacchettato i gruppi politici prima del suo secondo insediamento al Quirinale: “Negli ultimi anni, – aveva detto –  a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti – che si sono intrecciate con un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale – non si sono date soluzioni soddisfacenti: hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento”. Così aveva sentenziato il Capo dello Stato alle Camere il giorno del suo giuramento, facendo credere in buona fede che poi tutto sarebbe veramente cambiato.

Ma allora il vero cambiamento tanto agognato dov’è finito? Sì, perchè, uno dei punti su cui verte la questione non è solo la compagine istituzionale che occuperà Palazzo Chigi, ma soprattutto le riforme che questo nuovo esecutivo dovrò affrontare per traghettare l’Italia, forse,  alle prossime elezioni politiche come indicato dallo stesso Napolitano. Quindi non c’è da preoccuparasi il cambiamento c’è stato. Eccome se c’è Stato. In peggio però. Infatti i dieci saggi hanno lavorato così bene, ma così bene che guarda caso è scomparso dalle priorità il conflitto d’interessi. Sì proprio quel provvedimento di cui la sinistra parla da anni, ma che alla fine è rimasta nel cassetto. E non è tutto. Perché la famosa legge sulle intercettazioni ha rafforzato la penalità per i trasgressori. Proprio come voleva Silvio Berlusconi. Chissà le risate a Palazzo Grazioli.  Insomma se questi due elementi rappresentano in qualche modo la cartina tornasole resta del tutto evidente che parlare di cambiamento è un’utopia.

Pare anche abbastanza inutile entrare nel merito del prossimo potenziale Presidente del Consiglio, ammesso ce la faccia, scavando nella sua vita e nei suoi profondi intrecci parentali come ha fatto oggi Beppe Grillo, rilegandolo ad una casta familiare protetta e di lunga data.
Qualcosa comunque è cambiato. Il centro sinistra si è sfasciato e questo è un dato visibile a tutti. Sel deluso s’è dato gambe all’aria ed è passato all’opposizione ed ora cercherà probabilmente di guadagnarsi la stima del Movimento 5 Stelle che invece all’opposizione c’è da quando si è seduto al Parlamento. Il Pd è come una pentola a pressione e sembra stia esplodendo da un momento all’altro.
Qualcosa è cambiato anche nella testa e nelle intenzioni degli elettori che prima avevano invocato il cambiamento e poi ai primi scricchioli si erano riversati in Piazza Montecitorio per scongiurare quello che invece è accaduto e che ora è sotto gli occhi di tutti.
Dicono che alcuni cambiamenti sono così lenti da non accorgersene, altri sono così veloci che non si accorgono di noi. Per  fortuna dare le capocciate al muro è ancora gratis.

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