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La Germania e i muri ancora da abbattere

 

 

ROMA – Berlino, venticinque anni dopo. In questo lasso di tempo, nella Germania unita e oggi locomotiva indiscussa di un’Europa in crisi, è cresciuta un’intera generazione. Sono i nuovi tedeschi, gli immigrati di seconda generazione, i figli di un’integrazione riuscita che ha raggiunto l’apoteosi nella notte brasiliana di Rio de Janeiro, quando la Nazionale ha vinto la Coppa del mondo battendo in finale un’Argentina costretta a fare i conti con un’economia disastrata e problemi sociali di ogni genere.

Eppure sarebbe sbagliato e superficiale avvalorare l’idea di una Germania oasi di ricchezza e benessere perché, pur godendo di condizioni senz’altro migliori rispetto ai partner continentali, da qualche tempo anche la locomotiva merkeliana arranca. Scrive, ad esempio, Francesco Saraceno su “Pagina 99”: “Dietro una performance stellare, la Germania mostra il volto di un Paese che non punta sul proprio futuro. I risparmi non sono canalizzati verso l’investimento, pubblico o privato, o verso l’istruzione e la qualificazione del lavoro. Al contrario, essi vanno a finanziare gli eccessi di spesa di altri paesi (prima della crisi principalmente quelli del sud Europa, oggi gli stati extraeuropei). Questo non solo contribuisce agli squilibri globali, e a ridurre la crescita mondiale inondandola di risparmi. Ma sottrae risorse preziose all’ammodernamento e alla costruzione del futuro, rivelando un sistema-Paese miope e concentrato sul presente”.

Una classe dirigente miope, dunque, a rimorchio di una Bundesbank incapace di ammettere gli errori di analisi e valutazione, chiedere scusa e cambiare rotta e, peggio ancora, all’inseguimento delle frange più estremiste e anti-europeiste della destra liberista che arrivano a chiedere, senza remore, l’uscita della Germania dall’euro e altre lacrime, altro sangue e altra disperazione per le “cicale” del sud. Una Merkel che, ormai, giunta al terzo mandato, ha palesemente perso la sua spinta propulsiva e pensa unicamente ad accreditarsi in Europa per garantirsi un futuro da commissario europeo o, chissà, da presidente del Consiglio o della Commissione. Le larghe intese, oggi presenti in numerosi paesi del Vecchio Continente e, di conseguenza, anche a Bruxelles, che non garantiscono più la proficua collaborazione di un tempo bensì causano uno smarrimento delle rispettive identità e la scomparsa dei valori storici della sinistra, sempre più appiattita sul liberismo, sul conservatorismo, sul macroscopico inganno delle riforme strutturali per far ripartire la crescita e i consumi che in sette anni, cioè da quando è esplosa oltreoceano la crisi dei mutui “subprime”, ha condotto a un impoverimento complessivo della popolazione, a un aumento della media dei debiti pubblici di trenta punti percentuali, a un crollo verticale del PIL che, nel caso dell’Italia, è arrivato a nove punti percentuali in meno rispetto al periodo pre-crisi, a una desertificazione industriale senza precedenti e alla formazione di un esercito di disoccupati sempre più soli, abbandonati a se stessi e ormai privi persino della speranza di riuscire a costruirsi un futuro. Ricette sbagliate, illusioni, la progressiva scomparsa degli esseri umani dal radar dei processi di sviluppo: questi sono oggi i risultati di quella che possiamo definire, senza il timore di essere smentiti, la peggior classe dirigente tedesca dal dopoguerra, talmente cieca da aver rinnegato se stessa, il proprio afflato europeista e persino la propria storia, fondata essenzialmente sulla benevolenza degli altri paesi europei che, memori del tracollo della Repubblica di Weimer e delle conseguenze che esso comportò, aiutarono una Germania allo sbando a risollevarsi e a diventare ciò che è diventata, a costo di sacrifici e di un impegno collettivo che sarebbe altrettanto iniquo non riconoscere e non prendere ad esempio.

Venticinque anni dopo, pertanto, celebriamo la riunificazione di un Paese che, negli ultimi cinque-sei anni, non ha trovato di meglio che dividere le altre nazioni, dividere l’Europa, innalzare muri e steccati, dividere l’Occidente in buoni e cattivi, riformisti e conservatori, sferrando un attacco intollerabile e assolutamente da respingere allo stato sociale e al modello europeo di diritti e tutele dei lavoratori.

Una Germania incattivita, quella della Merkel atto terzo, più desiderosa di compiere crociate ed innalzarsi a emblema del bene e della virtù che di esserlo davvero perché, come denuncia Saraceno e come affermano ormai quasi tutte le stime internazionali, pur mantenendo il proprio primato, la macchina perfetta si è inceppata e nell’ingranaggio si sono depositati i granelli di sabbia di salari fermi da troppo tempo e di un lavoro senza dignità, senza respiro e senza alcuna prospettiva per il domani che trasforma gli uomini in merce e riproduce il vecchio schema ottocentesco, magistralmente descritto da Marx, dell’alienazione del ceto operaio e delle classi meno abbienti.

Una Germania gretta e vittima di enormi contraddizioni, quella che vince il Mondiale grazie alla forza e al valore dei suoi immigrati ma poi si rifiuta di tendere la mano ai paesi del Mediterraneo, chiamati a fronteggiare l’emergenza sbarchi e a farsi carico della sacrosanta accoglienza dei disperati in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente in fiamme.

Una Germania spietata nei confronti dei debiti pubblici altrui, dimentica della clemenza che ricevette quando era considerata il “malato d’Europa” a causa del difficile processo di ricongiunzione e della differente velocità fra l’economia dell’est e quella dell’ovest.

Una Germania in guerra con se stessa, strangolata dal populismo crescente e incapace di comprendere la fase storica nella quale siamo immersi, convinta di poter continuare a dominare incontrastata anche quando sarà chiamata a fare i conti con una Le Pen in Francia, con gli euroscettici dell’UKIP in Gran Bretagna o con i neo-nazisti di Alba Dorata in Grecia.

Una Germania triste nella propria solitudine impaurita, nella propria grandezza rabbiosa, nel proprio cinismo senza sbocco e senza avvenire, senza respiro e senza alcuna possibilità di sopravvivere all’ondata di proteste esasperate che si leva ormai dal Pireo alle Ardenne e travolge tutti indiscriminatamente.

Questo è il Paese cui rivolgiamo i nostri migliori auguri per un anniversario importante che ha cambiato le nostre vite e ci ha schiuso nuove frontiere e nuove opportunità di cooperazione e conoscenza. Il guaio è che i gruppi dirigenti tedeschi sono rimasti fermi a quella notte, ancora ebbri per una vittoria che rischia di trasformarsi nella loro e nella nostra disfatta.

 

 

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