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Il caso Roma, figlio di un meccanismo perverso, vero cancro per l’Italia

ROMA – A settembre scorso, il debito pubblico italiano ammontava a 2134,017 miliardi di euro (fonte: Bankitalia), mentre a maggio 1994 – quando entra per la prima volta Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, alla fine di quella che comunemente chiamano prima repubblica – esso era pari a 1004,864 miliardi di euro, ossia 1130 miliardi in meno rispetto ad oggi. 

Si sono alternati governi di centro-destra e governi di centro-sinistra, sia a livello nazionale che locale, ma tutti, proprio tutti, non hanno fatto altro che far crescere il disavanzo pubblico e, conseguentemente, hanno aumentato imposte e tasse e tagliato i servizi pubblici essenziali.

Ma cosa è successo dopo gli anni di tangentopoli, che ha fatto accelerare la crescita del debito? In questi giorni, dopo quanto è emerso nella città di Roma, tutti si dicono scandalizzati, inorriditi per quanto accadeva, molti affermano che una buona politica avrebbe dovuto avere gli anticorpi per bloccare tutto in tempo. Ma è colpa solo della “politica”? Possiamo definire politica quella le cui gesta vediamo e leggiamo ogni giorno? Non si direbbe proprio. Sono anni che in questo paese non c’è più la Politica, quella con la P maiuscola, salvo sporadici casi di singole persone attente al bene pubblico, subito espulse dal sistema che le percepisce come pericolosi corpi estranei.

Dove erano gli scandalizzati corsivisti e redattori che oggi gridano allo scandalo mentre per anni tutto ciò accadeva alla luce del sole? Intenti forse ad esaltare la bontà delle scelte amministrative in un coro beota senza voci stonate così come accade ogni giorno da febbraio ad oggi rispetto ai provvedimenti di questo governo. Dove era la magistratura romana che solo oggi con un procuratore capo abituato a riconoscere e combattere la mafia sembra uscire dal porto delle nebbie? Nessuno vedeva, nessuno sentiva, facile allora per le mafie affermarsi. Dove sono finiti i partiti capaci di discutere al proprio interno democraticamente? Dov’è finita la stampa capace di fare inchiesta? Tutti spariti. I primi dipendono dai finanziamenti privati, la seconda è nelle mani dei finanziatori.

In vent’anni si è parlato solo del conflitto di interessi di Berlusconi, ma televisioni e stampa sono tutte nelle mani di soggetti capaci di condizionare pesantemente le scelte economiche del paese, ora più che mai con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Lo dimostrano le foto delle cene che vediamo in questi giorni sui giornali. Tant’è che nessuno ha affrontato alla radice le ragioni reali degli accadimenti romani, accadimenti  probabilmente comuni a quasi tutti gli enti locali della penisola. Prime tra tutte le privatizzazioni striscianti o palesi dei servizi pubblici. Nel caso di Roma, si iniziò  nel 1997 con la (s)vendita della Centrale del Latte, operazione annullata 14 anni dopo dal Consiglio di Stato, e si continuò con le trasformazioni in Spa di interesse privato ma a totale capitale pubblico di Ama e Atac e in Spa quotata in borsa di Acea.

Tutte trasformazioni che hanno rappresentato un’autostrada per la crescita del debito della capitale e di quel patto scellerato che sembra emergere dall’ordinanza dei magistrati inquirenti. Come? Le società di diritto privato sono molto più libere nelle gare d’appalto e nel “figliare” altre società (infatti siamo arrivati ad oltre 100, ma nessuno sa dire quale sia il numero preciso, se non che ci costano intorno ad 1,5 miliardi l’anno), sono più libere nel collocare ai vertici e all’interno parenti, amici e conoscenti della classe politica locale e non. Poi dalle società si è passati alle fondazioni, alle istituzioni, alle esternalizzazioni dei servizi e così via, purché non si applicasse ad esse nessuna norma di diritto pubblico ma il ben noto principio della socializzazione delle perdite e della privatizzazione degli utili.

Tutti felici e contenti.

L’imprenditoria locale, che poteva accedere facilmente agli appalti spuntando prezzi assolutamente fuori mercato, e la classe politica, perché poteva collocare i propri clientes. Ma non basta, in cambio di un tariffario di favore negli appalti c’era un ritorno a partiti e singoli politici, sotto forma di finanziamenti più o meno in chiaro. Un sistema in cui, fino a oggi, gli unici che non ci hanno guadagnato ma che anzi ci hanno rimesso sono i cittadini, perché hanno ottenuto e, chissà fino a quando, otterranno servizi sempre peggiori ma a costi crescenti. Se ci fosse stata una informazione degna di tal nome sarebbe bastato andare a vedere i bilanci degli imprenditori, quelli dei partiti depositati presso la presidenza della Camera e soprattutto i costi delle campagne elettorali. Ma sarebbe bastato semplicemente guardarsi attorno proprio durante le campagne elettorali e vedere quanti manifesti di questo o quel candidato venivano affissi per strada, quante cene con centinaia di invitati venivano organizzate e poi seguire l’attività di quei politici una volta eletti.

Come fa uno che nella vita non lavora o svolge un’attività mediamente remunerata a fare campagne elettorali faraoniche? C’è qualcosa che non torna o che, comunque, non tornerà quando avrà uno scranno. A Roma, poi, c’è un’ulteriore aggravante: il grosso dei servizi sociali erogati alle persone in difficoltà è da sempre nelle mani di privati. In passato, di enti religiosi o, comunque legati alla Chiesa; negli anni più recenti, invece, di cooperative sociali. Un sistema tanto dispendioso per le casse comunali quanto capace di produrre un esercito di persone in difficoltà economiche, nel senso che all’interno vi sono operatori sottopagati e sotto inquadrati, con contratti che si tradurranno in futuro in misere pensioni. Giovani preparati e motivati che, nella gran parte dei casi, sono sfruttati, precari, licenziati con estrema facilità.

Se invece vi fossero servizi pubblici strutturati, ben si potrebbero erogare le medesime prestazioni, spendendo la metà e con personale a tempo indeterminato. Ovviamente, non tutto il terzo settore è composto da soggetti come quelli giunti in questi giorni alla ribalta delle cronache, vi sono anche strutture oneste e motivate, rispettose dei diritti dei lavoratori, memori ancora delle origini e delle finalità del sistema cooperativo. Purtroppo, però, gli amministratori disonesti sono funzionali alla cattiva politica; in cambio di appalti super pagati, sono pronti all’occorrenza ad elargire finanziamenti illegali e ad assumere le persone indicate dai politici, senza distinzione di schieramento. Un meccanismo perverso, che è un vero cancro per l’Italia.

Dinanzi a tutto questo il governo come risponde? Premendo l’acceleratore sulle privatizzazioni.

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