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Vatileaks 2, contro Fittipaldi e Nuzzi accuse dai piedi d’argilla

ROMA – La decisione del tribunale della Santa Sede di processare Emiliano Fittipaldi e Gianlugi Nuzzi per ‘divulgazione di documenti riservati’ apre scenari inediti sul piano del diritto e rischia di trascinare il Vaticano in una vicenda dai risvolti imbarazzanti. 

I due giornalisti italiani, autori rispettivamente di ‘Avarizia’ e ‘Via crucis’, due libri d’inchiesta in cui viene raccontato il malaffare imperante in alcune istituzioni d’oltretevere che movimentano importanti flussi di denaro, sono coinvolti nell’inchiesta Vatileaks2 insieme a monsignor Vallejo Balda, Francesca Chaouqui e Nicola Maio. Per l’imputazione a loro carico, i due cronisti rischiano una pena detentiva dai 4 agli 8 anni, effetto della riforma della giustizia penale vaticana voluta da papa Francesco nel 2013 che ha previsto un inasprimento delle pene.    

Ma questo caso giudiziario mostra falle evidenti, le accuse mosse sembrano avere i piedi d’argilla. Il costituzionalista Gaetano Azzariti, in un’intervista al quotidiano La Repubblica, ne ha messo in evidenza alcune. Primo: l’articolo del codice penale vaticano che punisce il reato contestato a Fittipaldi e Nuzzi non sarebbe applicabile agli stessi ma solo ai dipendenti della curia vaticana. Secondo: il reato previsto dal codice vaticano parla espressamente di tutela della sicurezza dello stato, e non si capisce come i libri dei due autori possano minarla. Terzo: il diritto canonico prevede che venga recepita la normativa italiana dove non contraddetta da norme vaticane, per cui si applicherebbe l’art. 21 della costituzione italiana sulla libertà di stampa. Quarto: il Vaticano è uno stato che si uniforma al diritto internazionale e, quindi, all’art. 11 della carta di Nizza che prevede ‘libertà di opinione e di ricevere o comunicare informazioni senza che si possa avere ingerenza da parte di autorità pubbliche o limiti di frontiera’. Se venisse meno a questo principio, per Azzariti, la Santa Sede si porrebbe fuori dal diritto europeo. 

Oggi, nel corso della prima udienza davanti al Tribunale vaticano, Fittipaldi ha sollevato un’eccezione per indeterminatezza dell’accusa. “Se non c’è descrizione del fatto che mi viene contestato”, ha detto, “non so da cosa difendermi”. Quali sarebbero, dunque, i documenti e le notizie indebitamente divulgate? Peraltro, gli organi giudiziari vaticani negano ad oggi agli imputati copia degli atti, consultabili solo in loco, e il patrocinio di avvocati di fiducia. 

Il vero nodo resta quello della libertà di stampa, del diritto dovere dei giornalisti di informare i cittadini su questioni di pubblico interesse e del segreto professionale. Questi diritti e principi sono direttamente garantiti in Italia dalla costituzione e da leggi specifiche. Cosa che non accade in Vaticano, ad oggi una monarchia assoluta che per quanto riguarda il diritto penale si rifà ancora al codice Zanardelli. 

Per la debolezza delle contestazioni mosse ai due cronisti italiani e per l’indeterminatezza dell’impianto accusatorio, la giustizia vaticana avrebbe scarse possibilità di condannare Fittipaldi e Nuzzi. E laddove si arrivasse a tanto, si aprirebbe un precedente assolutamente inedito e dai risvolti incerti sul piano del diritto internazionale. Ad essere svantaggiato, in caso di ricorsi, sarebbe proprio il Vaticano, troppo indietro in tema di riconoscimento di diritti e libertà fondamentali. Ma anche nei rapporti tra il nostro Paese e la Santa Sede cambierebbe qualcosa. In caso di condanna come si comporterà l’Italia, concederà l’estradizione? Il processo è appena iniziato ma gli interrogativi sono tanti e il mondo politico italiano sembra ancora non aver compreso la portata di questo caso. 

La questione non è solo giudiziaria ma di principio. L’ipotesi di perseguire chi racconta il malaffare più che di concentrarsi su chi lo compie, fa emergere l’evidente timore delle istituzioni vaticane in questo momento storico: oltretevere non sanno come fronteggiare fughe di notizie e scandali che per consuetudine sono sempre rimasti chiusi tra le mura leonine. Della serie: non riusciamo più a lavare i panni sporchi solo in casa nostra. Questo processo vorrebbe essere una prova di forza verso le ‘indebite ingerenze’ in affari interni e chi pubblica notizie riservate. E’ un modo per non lasciar correre, per segnare un confine tra ciò che per il Vaticano è accettabile e ciò che non lo è. Il tentativo è maldestro. Il processo ai giornalisti italiani dà prova di fragilità del sistema e di un generale senso di spaesamento che abita oggi tra quelle mura. 

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