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Milano da “normalizzare”. è iniziato il dopo Tettamanzi

RAVENNA – Non ci spingiamo – come hanno fatto nei giorni scorsi molti “vaticanisti” – a cogliere la mano della Lega, o le pressioni dei chiarissimi colleghi de “Il Giornale”, nella decisione di Benedetto XVI di nominare arcivescovo di Milano, l’ormai ex Patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola.

Certo è, però, che dietro il malessere “dell’obbedisco” del Patriarca non c’è solo il dispiacere di lasciare Venezia per guidare la diocesi più grande d’Europa ma, anche e soprattutto, “timore” che con il suo arrivo a Milano riemergano i contrasti e le opposizioni da parte dei vertici della curia che lo costrinsero a svolgere la sua missione pastorale altrove.

Non sveliamo un segreto, infatti, ricordando che il neo arcivescovo di Milano, più di quarant’anni fa, rimediò un sonoro diniego alla sua ordinazione sacerdotale dall’allora arcivescovo di Milano, Giovanni Colombo. Il presule, infatti, che aveva assunto la guida della diocesi meneghina dopo l’elezione al “soglio” di Giovanni Battista Montini (Paolo VI), costrinse Scola a lasciare la sua diocesi di origine (è nato il 7 novembre 1941 a Malgrate) e a “rifugiarsi” in quella di Teramo e Atri, dove il vescovo Abele Conigli l’ordinò presbitero il 18 luglio 1970 nonostante l’accusa, alla base della decisione di Colombo, lanciata allo Scola dall’allora rettore del seminario, di non riconoscere l’autorità di professori e teologi, ma solo quella di don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione.

Dopo di allora, il cardinale Angelo Scola – assurto nel frattempo e per più di 10 anni al ruolo di  numero “2” del movimento ciellino – ha svolto la sua “missione” pastorale sempre lontano da Milano da cui è stato tenuto distante, ancora nel 2002, dal veto del cardinale Carlo Maria Martini che, dicendogli: “Qui, non verrai mai!”, favorì il “moderato”, Dionigi Tettamanzi nella successione alla cattedra di Sant’Ambrogio ma gli aprì, di fatto, le porte del patriarcato di Venezia dove, Giovanni Paolo II, lo inviò il 5 gennaio del 2002.

Dopo poco meno di 10 anni, dunque, cade il veto di Martini anche se, a conti fatti, l decisione assunta dal mentore di Scola, Benedetto XVI in persona, lascia numerose perplessità, appunto, non solo nell’ex Patriarca convintosi, forse, visti i precedenti del ‘900 (Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I) che da Venezia si vada via o per la pensione o per il “palazzo apostolico”; ma anche nella Curia e tra i fedeli milanesi ai quali, con una lettera, il futuro “pastore” si è già rivolto affermando: “Vengo a Voi con animo aperto e sentimenti di simpatia e oso sperare da parte Vostra atteggiamenti analoghi verso di me”.

Si tratta di una vera e propria “captatio benevolentiae” che tenta nemmeno tanto di nascondere i “timori” e le preoccupazioni del neo arcivescovo soprattutto, a ben guardare, proprio per l’accelerazione voluta dal papa nella sostituzione di Dionigi Tettamanzi a cui, nonostante le “presunte” malattie, era stato assicurato di poter arrivare: sicuramente fino all’incontro mondiale delle famiglie, a maggio 2012 se non, addirittura, al 2013 e alle celebrazioni per i 1.700 anni dall’editto di Milano che diede libertà di culto ai cristiani.

Un’accelerazione che, come si mormora da più parti, dovrebbe essere stata decisa dopo la pesante presa di posizione di Tettamanzi a sostegno del neo sindaco Pisapia. Una presa di posizione che ha portato – si dice – alcune migliaia di “ciellini” a disertare le urne, facendo mancare alla Moratti e alla sua coalizione i voti necessari per tornare a governare la città. Una presa di posizione, fortemente avversata dalla Lega e dai suoi sodali, “Il Giornale” in testa (http://www.ilgiornale.it/interni/tettamanzi_benedice_compagno_pisapia/04-06-2011/articolo-id=527195-page=0-comments=1), che a gran voce hanno rivendicato la normalizzazione della diocesi dall’estremista Tettamanzi accusato di “predicare il  vangelo della sinistra chic” e del “verbo rifondarolo”.

E pensare che, quando era arrivato, proprio Tettamanzi fu accusato di essere il “normalizzatore” di una diocesi guidata da un cardinal Martini che, ancora due anni fa, rientrato da Gerusalemme, in occasione di una messa col suo successore, fu accolto in duomo con cori da stadio. Ebbene, oggi, dopo poco meno di 10 anni, Tettamanzi va via dopo aver lasciato il segno di una Chiesa milanese vicina alle esigenze dei poveri che, speriamo, non sia “normalizzata” dal suo successore ciellino.

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