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Ernesto Rossi e il sogno dell’Europa

Ernesto Rossi, quello di Ventotene! È al suo coraggio, alla sua lungimiranza, alla sua passione civile e al suo spirito libero, coraggioso e sanamente azionista, al pari di quello dei compagni di confino Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni, che dobbiamo quel gioiello che è il Manifesto di Ventotene, ossia il sogno di un’Europa unita e finalmente in pace sorto negli anni della catastrofe bellica, mentre in Germania si pianificava la soluzione finale per lo sterminio degli ebrei, gli Alleati radevano al suolo alcune delle più belle città del Vecchio Continente, l’ARMIR si perdeva fra i ghiacci e le isbe russe e scompariva ogni forma di dignità della persona. 

Ernesto Rossi e l’esperienza de “Il Mondo” di Pannunzio: quei fantastici utopisti che si ritrovavano la sera in via Veneto, quello straordinario gruppo di intellettuali che diede vita al primo Partito Radicale, erede dell’azionismo di Giustizia e Libertà, figlio delle migliori speranze e battaglie resistenziali, protagonista di una sfida culturale prima ancora che politica che, successivamente, Pannella avrebbe stravolto, schierando il partito su posizioni libertarie e liberiste, pur essendo tra i promotori di alcune encomiabili lotte per i diritti civili che ancora oggi, quarant’anni dopo, siamo chiamati a difendere e rivendicare con orgoglio. 

Ernesto Rossi e un addio che ci addolora tuttora, avvenuto a 69 anni, mezzo secolo fa, dopo un’esistenza segnata in maniera indelebile dalla tragica esperienza del carcere e del confino, dal contrasto al fascismo e a tutti i fascismi purtroppo diffusi nel mondo, dal contributo alla rinascita del Paese e alla riaffermazione di quei princìpi e di quei valori dei quali avremmo ancora oggi un gran bisogno, essendo forse quella della sinistra liberal-socialista di Rossi l’ultima sinistra in grado di coniugare diritti individuali e diritti collettivi, prospettive di sviluppo e dignità e rispetto per la persona. 

Se ne andò e con lui morì una certa idea di società, una certa idea di Europa e una certa visione del mondo: non perché non avesse seminato a dovere ma perché i suoi semi non furono poi innaffiati adeguatamente da classi dirigenti che, a parte Spinelli e pochi altri, in seguito, accantonarono colpevolmente quell’ispirazione nobile ed europeista, globale con tre decenni d’anticipo e in grado, se solo avessimo avuto la saggezza di coltivarla, di evitare, almeno all’Italia, le distorsioni e gli aspetti intollerabili di una globalizzazione che, invece, ci colse alla sprovvista, presentandosi oltretutto nella sua forma più feroce e priva di regole. Invece non lo ascoltammo, riponemmo le sue intuizioni in un cassetto e ne facemmo un santino, da spolverare ed esibire quando fa comodo per poi riporlo nel cassetto e continuare bellamente ad ignorarlo. 

Non è un caso, dunque, se con la scomparsa degli autori del Manifesto di Ventotene siano venuti meno ogni ispirazione e ogni afflato europeista, se si sia perduta quella grandezza di pensiero, quello sguardo rivolto oltre l’orizzonte, quella passione e quell’entusiasmo, genuino e autentico, verso il futuro. Non è un caso ma non è neanche detto che tutto sia finito per sempre, a patto che l’Europa sappia approfittare di questa stagione insolita e, senza dubbio, di grandissimo interesse per ricostruirsi, per dotarsi di una nuova identità e per riscoprire quei valori azionisti e all’insegna del connubio fra crescita e rispetto per la dignità della persona che furono alla base del Manifesto di Ventotene, proiettando il Vecchio Continente verso un avvenire caratterizzato non da granitiche certezze ma dal riaffiorare di ragionevoli ed utilissimi dubbi. 

Questo era Ernesto Rossi e questi sono i motivi della sua attualità, le ragioni per cui ancora oggi lo ricordiamo con nostalgia, affetto e rimpianto.

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