Teatro della Pergola di Firenze. “La Colonia”, il testo di Marivaux in prima assoluta italiana secondo Beppe Navello

Ci voleva la ricerca e la passione per un autore francese tra i più noti e i più dimenticati per riscoprire un testo, sicuramente tra i più corti ed utopistici scritti tra Marivaux, tradurlo e metterlo in scena per la prima volta in Italia.

È quanto è appena accaduto al Teatro della Pergola di Firenze, dove, se anche solo per pochi giorni, “La Colonia” ha dato prova di quanto possa essere ancora attuale e sorprendente un argomento, e soprattutto una scrittura, costruita con un sapiente ingegno e ritmo comico. Considerato tra i più arguti affabulatori sul tema dell’amore, Marivaux è stato portato sui palcoscenici italiani nel corso degli anni da grandi registi (Chéreau a Strehler in primis) che hanno però scelto altre opere per conquistare, con il tema dell’intrigo amoroso, dei sotterfugi e dei giochi di persona, un pubblico tanto abituato alla Commedia dell’Arte quanto curioso di approfondire le maschere nascoste degli interpreti della Comédie Italienne.

La forza di scegliere un testo meno conosciuto può sembrare apparentemente una sfida ma è invece il frutto di una sapiente convinzione – vista l’argomentazione di certe tematiche neofemministe contemporanee – e di un’abile disposizione dei ruoli, avendo Navello una compagine di interpreti supercollaudata, la “compagnia di Sala Prove”, costituitasi una decina di anni fa e già dimestica di una precedente prova, “La seconda sorpresa dell’amore” – altra prima assoluta in italiano, sempre alla Pergola l’anno scorso e recentemente riportata in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano – nella quale il divertissement attoriale dava parimenti sfogo al virtuosismo tecnico ed esperienza in prestigiose scuole di teatro da cui essi stessi provengono.

Se tale compagnia, formata da Daria Pascal Attolini, Marcella Favilla, Luigi Tabita, Stefano Moretti, Maria Alberta Navello, Fabrizio Martorelli, Giuseppe Nitti, Cecilia Casini, Giulia Lanzilotto, Claudia Ludovica Marino, Erica Trinchera e Alessandro Panatteri, è stato un ulteriore incipit all’allestimento dello spettacolo, la garanzia degli artigiani scenico-musicali, che ha visto firmare la scenografia e i costumi da Luigi Perego, la colonna sonora (più che musiche di scena trattasi di una vera e propria operetta) da Germano Mazzocchetti, le luci da Orso Casprini, è stato l’elemento catalizzatore che ha catapultato, nel giro di pochissime settimane, un pensiero in azione, creando un autentico gioiellino visivo-acustico e concettuale.

La storia è ambientata in un’isola deserta (archetipo marivaudiano frequente) e vede un gruppo di donne ribellarsi contro i mariti e gli uomini della comunità protesi a legiferare senza coinvolgerle. L’antichissima separazione dei ruoli (ancora incredibilmente attuale), è il motore di una vera e propria battaglia per la parificazione dei sessi e l’uguaglianza dei poteri e delle mansioni, che tenta di mettere sullo stesso piano la forza guerriera maschile con il savoir faire casalingo femminile, spiazza l’avversario in un batti e ribatti linguistico (e di lingua lunga) ma si rivela, alla fin dei conti, altamente utopistico, generando uno scacco matto finale che se delude il pubblico femminile in sala, riporta alla realtà (e ai suoi delicati equilibri) la vita stessa.

Basta una vela, delle tende polifunzionali che si cingono in alcuni momenti topici attorno alle sinuose silhouette delle autoproclamate eroine della società in regine vestali, un baule e dei praticabili  che simbolicamente fanno salire e scendere protagonisti e comprimari dalle loro posizioni, per descrivere un’ambientazione astratta e primordiale che sembra isolata dal resto del mondo ma che vive nella contemporaneità, ed è riportata sulla terra ferma del quotidiano, proprio grazie agli scambi verbali che simulano lo scontro finale tra Adamo ed Eva, non riuscendoci perché inequivocabilmente esseri complementari. Ad enfatizzare i dialoghi della commedia è una straordinaria e gioiosa musica, non solo pregna di motivi musicali che si ricordano amabilmente nei loro refrain, ma densa di sfumature drammaturgiche intese a sottolineare le situazioni sentimentali dei protagonisti, dalla frustrazione alla vendetta, fino alla desolazione.

Una prova non solo d’autore-compositore, ma una messa alla prova di attori nel ruolo di cantanti – operazione in Italia da sempre poco convincente – che invece riescono ad operare in assoluta naturalezza durante gli spostamenti vocali dal recitato al recitativo al cantato. Se consideriamo che l’opera fu scritta per numerosi personaggi – qui, per esigenze sceniche, ridotti a una decina – è di maggior lode questa abilità di regista, compositore e attori di far sembrare un’operina un autentico musical in fieri, accompagnato da un solo pianista e da tante voci che diventano, alternativamente e simultaneamente, una vera e propria orchestra.

L’operazione registica ha poi un interessante punto di vista sulle distanze: nel non grande spazio della sala Paolo Poli dove è stata rappresentata “La colonia” (nell’attesa che finiscano i lavori antisismici della sala grande della Pergola), Navello riesce a coordinare la cinesi dei molti attori in un complicato studio prossemico che, come un gioco di battaglia navale, vede incastrare i movimenti dei mariti offesi con le sollecitazioni “scatterine” delle loro mogli in protesta, amalgamando al contempo  i movimenti da ancelle e aiutanti costretti a dover prendere le parti (anche nei cortei fisici) degli uni o delle altre.

Dulcis in fundo, uno speciale plauso va gli attori, i protagonisti in particolare, ognuno dei quali sembra aver fatto suo l’animo del personaggio che rappresenta, proprio nell’ascolto e interscambio con l’altro, ovvero in quel ritmo da botta e risposta che lascia per tutto lo spettacolo quasi senza fiato lo spettatore. Se sono gustosi gli scambi affabulatori tra la nobildonna Artenice (Daria Pascal Attolini) e la meno nobile e più diretta signora Sorbino (Marcella Favilla), sembrano quasi delle coreografie danzanti i sussulti amorosi tra il giovane popolano Persinetto (Fabrizio Martorelli) e la innocente Lina, sua amata (Maria Alberta Navello), figlia della disseminatrice rivoluzionaria, come anche le conversazioni geometriche tra il nobile Timagene (Stefano Moretti) e il signor Sorbino (Luigi Tabita) con le proprie rispettive amate/rivali stuzzicano un’intesa che si rovescia nei suoi presupposti iniziali lasciando spazio ad un finale di serena accettazione, come a dire “tutto è bene quel che finisce… com’era prima”.

Se pensiamo che “La Colonia” fu scritta da Marivaux nel 1750 e che lo stesso autore la destinò soltanto alla lettura “in una Società”, come a ribadire che i tempi non erano maturi per affrontare certi argomenti, ci domandiamo come mai solo dopo tre secoli nel nostro tormentato Paese sia stato deciso di portare in scena un testo “politically correct”, come afferma lo stesso Navello nelle sue note di sala, nella misura in cui, come anche sottolinea, non è stata cambiata una virgola nel testo durante la traduzione. E ciononostante, ribadiamo per fortuna che è stato fatto, se non altro per sdrammatizzare gli oramai plurimi conflitti di genere che sono all’ordine del giorno anche per qualsivoglia minimo dettaglio. Un’operazione, ci teniamo infine a ricordare, che oltre a ridar vita al testo tramite una decorosa e pregnante messa in scena, anticipa agli amanti del “marivaudage” la possibilità di rileggere il testo in una pubblicazione di prossima uscita, per le edizioni Cue Press, che fa parte di un progetto di traduzione integrale in italiano di tutta l’opera teatrale del grande commediografo settecentesco. 

 

Elisabetta Castiglioni

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