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La destra trucca le carte, fra inesistenti black bloc e minacce fasulle

L’implosione del Pdl forse induce qualcuno a puntare sulla paura di un possibile terrorismo. Minacce e ipotesi di attentati: una indistinta nebulosa per le prossime elezioni

ROMA – Il ministro Roberto Maroni aveva annunciato il pericolo imminente: “Attenzione! Il corteo della Fiom è a rischio violenza!”. Si riferiva ai “famigerati” centri sociali, pieni di pericolosi ragazzi che lanciano uova contro le sedi della Cisl (atto deprecabile ma impossibile da comparare con il terrorismo) e attentano con urla e schiamazzi brave persone come Marcello Dell’Utri, impedendogli l’ennesima resurrezione retorica di Benito Mussolini (d’altronde già in auge con vari suoi epigoni nell’attuale maggioranza).

La destra, insomma, inneggia ad una violenza inesistente, sorretta da “analisi” d’antan di aruspici quali Giampaolo Pansa (“Respiro la stessa atmosfera degli anni Settanta, vedo gli stessi segnali di una violenza imminente” asseriva in trance qualche tempo fa, di fronte ad una sfera di cristallo) che, allo stato, sono presenti soltanto nei loro sogni e, forse, nelle loro aspirazioni. Episodi oscuri, ancora del tutto da chiarire (anche se c’è da dubitare che mai lo saranno), come il presunto attentato al direttore di “Libero” Maurizio Belpietro e le minacce al Guardasigilli Angelino Alfano restano nei confini, appunto, del buio ma su di essi gli esponenti della destra hanno modo di formulare accuse più o meno circostanziate, anche se generiche. Il deputato Pdl Maurizio Lupi afferma: “È inutile negarlo, questo è il frutto di un clima che alcuni cattivi maestri hanno contribuito a creare. Smettiamola di identificare gli avversari politici come nemici da abbattere e abbassiamo i toni”. Forse sarebbe il caso di citare nomi e cognomi dei “cattivi maestri” – chissà se unici o a tempo pieno – se non altro per denunciarli alla ministra Gelmini.

Dietro questi annunci da sciamani si nasconde una strategia già sperimentata in passato, in particolare durante la XIV legislatura, con il Governo Prodi (2006-2008). In quel biennio, il sistema televisivo berlusconiano infoltì le sue notizie ansiogene, costruendo un’Italia criminale, dove pensionati e donne con bambini erano aggrediti quotidianamente da uno stuolo di rumeni e zingari, scippatori e violentatori che il Superman di Arcore e il Condottiero del Po avrebbero volentieri combattuto se solo qualcuno gli avesse dato questo incarico. L’Osservatorio di Pavia ha analizzato questa strategia mediatica giungendo alla conclusione che un’informazione di questo tipo è in grado di smuovere una fetta consistente di elettorato, soprattutto quello “non di appartenenza”, cioè al di fuori di qualsiasi partito e ondeggiante, pronto a fornire il proprio voto sulla base delle ultime suggestioni ricevute. Con il sistema elettorale attuale (il “porcellum”) fette di voto del 4-6% (o forse anche meno) determinano la vittoria.
Un tale approccio è ben possibile in un sistema dove il Presidente del Consiglio controlla la stragrande maggioranza dei mass-media ed anzi assegna proprio a questa proprietà un valore strategico per il suo consolidamento politico (lo dimostra, se non altro, la lotta senza quartiere a Michele Santoro).

Una strategia del genere è destinata a dare frutti immediati: il ministro degli interni Roberto Maroni, prima della manifestazione della Fiom di sabato e di vaste frange dell’opposizione, grida al pericolo di inesistenti infiltrazioni di facinorosi. Cosa significa per l’opinione pubblica? Che la Fiom nasconde e forse protegge i “violenti”, asserzione corroborata dalle dichiarazioni del ministro del lavoro Maurizio Sacconi e dal finto oppositore Pierferdinando Casini, secondo i quali “chi va in piazza non può governare questo Paese”, proprio perché “violento”. Per loro, l’Italia deve essere governata dai Marcello Dell’Utri, dai Cesare Previti, dai Nicola Cosentino, dai Denis Verdini, la vera cristallina classe dirigente indispensabile ai destini italiani.

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