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Se la Lega “tradisce” il Cavaliere

Un accordo di transizione fra la Lega e le opposizioni consentirebbe di mettere fine alla vicenda politica di Silvio Berlusconi, oramai prigioniero delle sue ossessioni private

ROMA – Umberto Bossi si sarebbe rassegnato alla formazione di un governo tecnico e giudicherebbe, “per certi versi”, positivo il passaggio all’opposizione. Ma sarà poi vero? Le ultime peripezie di Silvio Berlusconi dal lato della sua vita privata – la vicenda della giovane marocchina Ruby e la telefonata personale del premier in questura per chiederne l’immediato rilascio, ricorrendo ad una bugia – avrebbero molto infastidito soprattutto il ministro degli interni Roberto Maroni, da sempre impegnato a fornire alla partecipazione leghista al Governo un’aura di rispettabilità e inflessibilità contro i reati. Ciò che oramai appare inconcepibile con un premier divenuto ingombrante e incapace di contenere i suoi impulsi di attempato “viveur”.

Ma ci sarebbe un’ipotesi da prendere in seria considerazione: un accordo strategico con le opposizioni. La caduta dell’Esecutivo potrebbe indebolire l’entrata in vigore, oramai prossima dei decreti sul federalismo fiscale, che è il punto vitale della stessa esistenza leghista, il cardine dell’oggetto sociale della Lega Nord. La formazione di un governo tecnico, con un premier abbastanza duttile come Giuseppe Pisanu, potrebbe non impedire il percorso federalista e incontrare un appoggio, magari esterno, ad una neo-maggioranza parlamentare.

Un’ipotesi di questo genere dovrebbe incontrare il favore anche del Pd, dell’Idv, dell’Udc e dei finiani. Di Pietro ha ripetutamente asserito che è disponibile ad allearsi perfino con il diavolo, pur di mandare a casa Silvio Berlusconi. E poi, lo stesso Di Pietro è stato l’antesignano del voto favorevole del suo partito alla legge cornice del federalismo (che, di per sé, non è provvedimento né di destra, né di sinistra, qualora sia concepito in un senso cooperativo). La storia politica italiana è piena di compromessi di questo tipo. Nel 1944, Palmiro Togliatti accettò la collaborazione con la monarchia (irrimediabilmente compromessa con il regime fascista) pur di condurre il Paese verso la democrazia (la cosiddetta “svolta di Salerno”). Pierluigi Bersani, leader dei democratici, ha più volte fatto riferimento alla formazione di qualcosa di simile ad un “Comitato di liberazione nazionale” per lasciarsi dietro le spalle l’infausto quindicennio berlusconiano. Per non dire che una maggioranza di questo tipo potrebbe approvare una nuova legge elettorale e una nuova legge sul conflitto di interessi, in grado di mettere fuori gioco Silvio Berlusconi, imponendogli la vendita del suo impero (nel caso voglia continuare l’attività politica) ovvero l’uscita definitiva di scena, con il ritiro in una delle sue venti principesche residenze da lui stesso conclamate.

La Lega e Umberto Bossi avrebbero tutto da guadagnare da un’alleanza di questo tipo, che concluderebbe la lunghissima transizione politica italiana, in vista di nuove elezioni e la formazione di tre schieramenti, alla destra dei quali potrebbero esserci leader “normali” e rispettabili come Gianfranco Fini e con un centro che potrebbe svolgere le medesime funzioni dei liberali inglesi (con la politica “dei due forni” lanciata da Casini). Ma soprattutto, a guadagnarci, sarebbe il Paese, oramai stritolato da una maggioranza governativa che ha dimostrato, in tutti questi anni, di provvedere solamente agli interessi economici del suo imprenditore-leader e a quelli della “cricca”, mandando in malora l’esistenza degli italiani non miliardari.

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