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La maggioranza oramai non esiste più ma il coriaceo Cavaliere organizza le barricate. Quasi come la scena finale del “Caimano” mentre il Paese va in malora

ROMA – Più chiaro di così Gianfranco Fini non avrebbe potuto essere. Dopo aver calcato la mano su un Paese “dilaniato da mille polemiche”, il leader di Fli ha detto che, se il caso Ruby è vero, il premier dovrebbe fare un passo indietro. Cioè, dovrebbe dimettersi. Ancora non siamo all’affermazione pubblica – Fini non ha dichiarato questo nel corso dell’incontro pubblico svoltosi ieri sera in un cinema romano ma soltanto al termine della kermesse – ma oramai il suo pensiero è chiarissimo, anche perché, dal palco, è stato molto netto rispondendo alle domande del direttore del “Messaggero” Roberto Napolitano: “Se è vero che è stato detto che quella signorina era parente di un Capo di Stato” ha dichiarato, allora sarebbe dimostrato il “malcostume” di Silvio Berlusconi “nell’uso privato di incarico pubblico”.

Ma Fini non si è limitato ovviamente a parlare dell’ennesima imbarazzante amicizia femminile del Presidente del Consiglio. Ha disegnato una situazione di governo gravissima, perorando le acute critiche formulate nemmeno ventiquattrore prima da Emma Marcegaglia a nome della Confindustria: “Ha ragione la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, il nostro esecutivo stenta a indicare le linee di ripresa”. Per Fini, l’attuale governo è soggetto ad un pesante dominio da parte della Lega: “Possibile – si chiede – che l’Italia non riesca a trovare risorse che, al contrario, saltano fuori quando la Lega batte i pugni sul tavolo per difendere duecento ultrà delle quote latte?”. Sulla giustizia, Fini ha ribadito di essere stato lui uno dei primi a proporre il lodo Alfano costituzionale ma il suo gruppo lo voterà soltanto se sarà coniugato al rispetto del principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione.

Il Cavaliere furioso

Le parole di Fini non sono piovute certo inattese ad un premier oramai chiuso in un suo sordo furore, accerchiato da quelle che, secondo lui, sono “forze ostili” alla sua persona. Il premier si rende benissimo conto di avvicinarsi sempre di più a quel “cul de sac” che lui stesso, con i suoi ripetuti e ingiustificabili comportamenti privati, ha tessuto in tutti questi anni e che non riesce, come già denunciato dalla sua ex moglie Veronica Lario,  a contenere. E così avrebbe pensato che se Gianfranco Fini vuole le sue dimissioni, si deve assumere le proprie responsabilità davanti agli elettori e staccare la spina del governo. È un balloin d’essai, perché il Cavaliere è consapevole dei rischi che corre, con un partito dilaniato e un prestigio personale oramai ridotto al lumicino. Secondo gli interlocutori con cui ha dialogato ieri sera, ciò che lo rende furioso è stato il passaggio finiano relativo alla tattica di interdizione che Fli opporrebbe in Parlamento per quei provvedimenti legislativi “ad personam” che devono salvare il premier dai giudizi della magistratura. Se Fini rinuncia al suo ruolo “super partes” di Presidente della Camera, è il ragionamento del premier, “allora è lui che per primo deve dimettersi”. Perché, avrebbe detto Berlusconi, “se vuole andare con Di Pietro è liberissimo di farlo, ma deve dirlo apertamente”. Il Cavaliere non si dimetterà mai perché, dice, “non ho fatto nulla di male, ho soltanto aiutato una persona in difficoltà”.

Fli sempre più determinante

Berlusconi è consapevole di camminare sul filo del rasoio, come il protagonista di un romanzo di Somerset Maugham, che non riesce a comprendere quale direzione prendere nella vita. Le sue pulsioni interiori lo spingono a fare quello che ha sempre fatto nella sua vita di imprenditore di successo – le donne, le nottate in allegria, gli accordi sottobanco – non essendo mai riuscito a comprendere la differenza fra una condizione privata e l’assunzione della massima funzione pubblica. È proprio su questo punto che insistono le opposizioni e il Pd, quando sottolineano le differenze fra la vicenda di Noemi e quella di Ruby. In quest’ultimo caso, ci sarebbe un comportamento del premier (le due telefonate alla questura milanese) assolutamente improponibile per un Capo di governo. Il magnate di Arcore ribadisce la sua contrarietà alle elezioni anticipate: “Ci sono ovvie ragioni per sconsigliare” il voto visto che “in un momento di crisi economica globale come questo, da cui ancora non si è usciti, le elezioni produrrebbero un danno grave al Paese” Ma è conscio, anche se in pubblico dice il contrario, che Napolitano sarebbe costretto ad appurare se esiste un’altra maggioranza in Parlamento. L’impressione è che, mano mano che passano i giorni, questa maggioranza alternativa al Cavaliere potrebbe formarsi in entrambi i rami del Parlamento.

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