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Soliti segnali di guerra dei bossiani in caso di governi tecnici. Il Pdl lancia l’ultimatum a Fini – o con noi o contro di noi – mentre il Cavaliere si aggrappa all’Udc come ultima spiaggia

ROMA – La tattica della Lega è la solita: innalzare il livello dello scontro, paventare rivoluzioni, sommosse popolari. Le solite sparate di Bossi & Co. per spaventare qualche credulone padano e magari raccattarne il voto. In questi giorni, i bossiani hanno alzato il muro sull’ipotesi di governo tecnico: non se ne parla nemmeno, altrimenti il popolo potrebbe insorgere. È una classica reazione della destra contro il “parlamentarismo”, considerato uno dei mali delle democrazie contemporanee: il popolo si è già espresso e nessuno può andare contro la volontà del popolo, nemmeno il Parlamento. Nella concezione politica sub-fascista di Bossi e Calderoli, sarebbe ancora meglio se il popolo si esprimesse una sola volta in un ventennio.

In questo quadro si spiega la nota dei capigruppo di Senato e Camera del Pdl, Cicchitto, Gasparri e Quaglierella, in cui si scrive che il premier non fa nessun passo indietro perché non ce n’è ragione, rispondendo esplicitamente a quanto dichiarato da Fini al termine della kermesse al cinema Adriano di domenica sera sulla vicenda della ragazzina marocchina. Poi passano al contrattacco:  “Fini faccia le sue valutazioni: o confermare l’appoggio al governo o prendersi la responsabilità di una crisi”. Nella nota si ribadisce la solita posizione della destra riguardo all’impossibilità che, nell’attuale legislatura, possa nascere una maggioranza diversa da quella legittimata dalle urne: “in particolare, di fronte a una crisi dell’attuale esecutivo, le uniche alternative al voto sarebbero o un governo sostenuto da una larghissima coalizione, per il quale evidentemente non esistono le condizioni stante l’indisponibilità del Pdl e per quanto a noi noto anche della Lega, ovvero delle due forze che insieme hanno vinto le elezioni del 13 aprile 2008; o un governo eventualmente formato da tutti coloro che quelle elezioni le hanno perse, per il quale, anche nella non scontata ipotesi che vi fosse una maggioranza in Parlamento, non esisterebbero comunque le condizioni in termini di legittimazione democratica”.

Fli contrario alla crisi

È chiaro l’intento degli strateghi berlusconiani. Il problema è quello di identificare con un nome certo l’autore della crisi ma, allo stesso tempo, lavorare perché ciò non avvenga. Nonostante lo sbandieramento di sondaggi sempre favorevoli a lui e sfavorevoli a Fini e alla sinistra, la realtà è che i berlusconiani hanno paura delle elezioni anticipate, perché ritengono che non si formerebbe una maggioranza così ampia come nel 2008, quando avevano il vento in poppa grazie alla crisi della coalizione prodiana. E così, nel mentre si mostrano fieri e coraggiosi di fronte ai finiani, con l’altra mano porgono il ramoscello d’ulivo e, riprendendo il leit-motiv della filosofia andreottiana (rinforzata a misura dei sempiterni guai giudiziari del loro leader), “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, sono disposti a continuare a governare sotto il tiro dei cecchini di Fli, che certo non lasceranno passare più alcun provvedimento “ad personam”.

L’impasse totale

A nessuno sfugge cosa voglia dire una simile strategia. Nei prossimi mesi il Governo si ritroverà ancora più inerte di quanto lo sia stato fino ad ora, con una maggioranza che dovrà giornalmente contrattare con i finiani ma che, soprattutto, ben difficilmente potrà mandare in porto l’introduzione della mordacchia per i magistrati, che poi è il vero cuore del programma dei berlusconiani, diciamo pure la loro ragione sociale. E così situazioni drammatiche come la disoccupazione (soprattutto quella giovanile), l’impoverimento progressivo del Sud, la politica industriale, la riforma fiscale (annunciata da sedici anni) continueranno ad essere questioni solo teoriche, oggetto di propaganda della premiata ditta Berlusconi-Tremonti con poche possibilità di realizzazione concreta. Ma ciò è di poca importanza per il Cavaliere: lui deve risolvere principalmente il “suo” problema, quello giudiziario, evitare una condanna penale che gli chiuderebbe definitivamente le porte del Quirinale (e dell’impunità totale).

La situazione è talmente disperata per i berlusconiani che il loro leader in persona continua a tampinare – come un questuante – l’Udc e Pierferdinando Casini. La recondita speranza è quella di coinvolgerli nell’attuale maggioranza e rendere inutili i finiani. Ma la risposta del segretario Lorenzo Cesa non lascia adito a dubbi: “Non abbiamo alcuna intenzione di partecipare a questo governo: o si dà una svolta con le dimissioni o la cosa non ci riguarda”. Proprio quello che Berlusconi teme di più. Ma, secondo un suo collaboratore, prima o poi potrebbe cedere: aprire una “crisi pilotata”, che gli dia garanzie sulla sua permanenza a Palazzo Chigi, accontentando in questo modo Casini e coinvolgendolo nella maggioranza, anche con ministeri di peso. Intanto, giovedì ci sarà la Direzione nazionale del partito, durante la quale il capo assoluto potrebbe tirare fuori dal cilindro il coniglio: un gioco di prestidigitazione, come sempre.

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