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A Perugia il leader di Fli potrebbe annunciare l’uscita dei suoi ministri dal Governo. Un leader in crescita di consensi, in grado di decretare per sempre la fine della destra berlusconiana

ROMA – Per quanto rinfocoli dibattiti accesi e contrapposizioni, gli scandali sessuali del Cavaliere hanno un peso minore sulla tenuta del Governo di quanto si possa comunemente credere. Il nodo irrisolto rimane il rapporto fra Berlusconi e Fini, i cui contorni sono oramai molto netti. Il Presidente della Camera ha avviato, con il celebre strappo e il battibecco pubblico di qualche mese fa, cui è seguita la sua cacciata dal partito, un processo oramai irreversibile di distacco dal magnate di Arcore. Ha seguito le orme di Berlusconi fin dove ha potuto, poi ha proseguito per conto suo. La parabola politica dell’ex segretario del Movimento sociale italiano è significativa dell’infinita transizione italiana. Sdoganato da un miliardario stritolato da guai giudiziari e dai debiti, sceso in politica proprio per questo, Fini ha progressivamente acquisito più di un quarto di nobiltà politica, abbandonando a se stessi paleo-fascisti come Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che invece continuano a vedere nel premier la migliore prosecuzione del fascino mussoliniano cui sono irrimediabilmente collegati. Ha arricchito la sua agenda politica di temi quali l’integrazione fra popoli, la laicità dello Stato, la libertà di pensiero, la legalità, piattaforme sulle quali costruirà il suo futuro politico.

Gli scenari: la tattica

Consapevole del ruolo acquisito, perfino superiore a quanto poteva da sempre ritenersi, Fini si appresta a celebrare a Perugia nel prossimo week-end il distacco definitivo, con l’uscita dalla maggioranza dei suoi ministri e la proclamazione dell’appoggio esterno all’Esecutivo. Tradizionalmente, l’appoggio esterno, prassi creata dai partiti politici ma non dalla Costituzione, è un non senso che però spiega meglio di qualsiasi altra cosa i bizantinismi della politica italiana. In sostanza significa che un partito appoggia il Governo ma non ne vuole condividere le responsabilità amministrative, riservandosi magari di astenersi su determinati provvedimenti o di votare contro altri. Il Pci adottò questa prassi nei primi momenti del “compromesso storico” (cosiddetta maggioranza della “non sfiducia”), per poi appoggiare l’Esecutivo Andreotti senza la partecipazione di suoi ministri (Governo Andreotti, 31 luglio 1976). La storia si dovrebbe paradossalmente ripetere con Gianfranco Fini e il magnate della destra Silvio Berlusconi.

Gli scenari: la strategia

Ma l’appoggio esterno dei finiani sarà soltanto una tappa verso  il raggiungimento di un traguardo che rappresenta l’approdo finale della loro avventura politica. L’obiettivo – per quanto ancora non formulato pubblicamente – è il superamento del berlusconismo. Lo si capisce molto chiaramente quando si ascoltano con attenzione i ragionamenti di Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Fabio Granata. Ieri sera, a “Ballarò”, Italo Bocchino ha descritto vivacemente di come sia stato letteralmente aggredito da pidiellini e leghisti quando ha provato a presentare un emendamento favorevole all’integrazione dei minori, nati e cresciuti in Italia, di famiglie immigrate, rimarcando che l’unica integrazione concepita e ben accetta ai suoi partner sia quella che passa attraverso il mondo delle escort marocchine e le buste con migliaia di euro. Una osservazione feroce, quasi sanguinaria sul corpo mistico del Capo. Lo stesso leader dei deputati finiani è secco nelle sue considerazioni strategiche: “Siamo in attesa che Berlusconi porti la riforma del fisco, il piano per il Sud” afferma per poi concludere: “Se si discute solo di federalismo per far contenta la Lega, di giustizia per far contento Berlusconi non siamo interessati”.

Il “cul de sac” del premier

Oramai non v’è chi non preconizzi la fine politica del Presidente del Consiglio. Lo si capisce perfino dagli affannosi e quasi sempre ridicoli tentativi di giustificazione delle sue scandalose condotte private dei vari Lupi, Ghedini, Bondi, Carfagna. Si sentono echeggiare arditi paragoni con John Fitzgerald Kennedy, Francois Mitterand (in realtà mancherebbe Benito Mussolini, chissà perché non lo nominano mai) ed altri con i quali – ad eccezione del duce di Predappio – Berlusconi ha ben poco da spartire, se non, forse, il culto delle lenzuola. Ma oramai le prèfiche del Cavaliere hanno il fiato corto e sono le prime ad essersene rese conto. Mara Carfagna ha stigmatizzato la battuta del premier sui gay, il ministro Tremonti è sempre più distante da un agone che considera improprio e distante dalla sua statura di “maître à penser”, Ghedini giunge perfino a lodare il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, fino a ieri ricettacolo delle contumelie pidielline sulle “toghe rosse”, perché ovviamente ha dato ragione al suo principale cliente asserendo la correttezza delle procedure della Questura di Milano sull’affidamento di Ruby. Berlusconi sembra oramai un personaggio letterario che insegue la sua ombra, ovvero quella di decine di fanciulle che lo illudono di essere ancora lontano dalla sua vecchiezza. 

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