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La delegazione dei finiani al Governo rimette il mandato nelle mani del leader. Da Bastia Umbra nasce il nuovo partito di una destra democratica e anticesarista che vuole mandare in pensione il Cavaliere

PERUGIA – Si è aperta una nuova fase della politica italiana. Gianfranco Fini, dalla grande assise del suo nuovo partito, ha rilanciato la puntata ad un Silvio Berlusconi oramai già da mesi nell’angolo e sul punto di finire definitivamente ko. Ha annunciato il ritiro della delegazione dei suoi ministri qualora il premier non rassegni le dimissioni al Quirinale. La prospettiva che il Presidente della Camera ha annunciato consiste nell’apertura di una sorta di “crisi pilotata”: Napolitano dovrebbe riaffidare al vincitore delle elezioni l’incarico e questi dovrebbe stilare un programma del tutto nuovo e rivitalizzante, accogliendo le richieste di Fli. A queste condizioni, il nuovo partito farebbe parte integrante di una coalizione Pdl-Lega-Fli per rispettare l’impegno preso a suo tempo con gli elettori di centro-destra.

È stato, quello di Fini, un discorso da vero leader. Ha affrontato tutti i problemi sul tappeto, incentrando soprattutto il suo interesse sulla crisi dei ceti medi, su chi, ha detto, “vive di un solo stipendio e veramente non sa come arrivare alla fine del mese”. In un qualche modo ha certificato la fine del berlusconismo, quando ha detto ai suoi che “non vi chiederò mai di cantare ‘Meno male che Fini c’è’”. Un partito non cesarista, democratico, laico, “pur essendo consapevole della grande rilevanza che ha la religione in Occidente e, soprattutto nel nostro Paese, Santa romana Chiesa”. Proprio così, ha detto “Santa romana chiesa”, come i lealisti in epoca risorgimentale. Ma senza inganni, perché ha affermato la sua stima non soltanto verso coloro che lo hanno seguito sul percorso politico della destra tradizionale (a questo proposito ha citato anche Giorgio Almirante), ma anche verso chi ha portato avanti i temi del cattolicesimo liberale e democratico e perfino verso il socialismo riformista. Dalle parole di Fini traspare la volontà di incentrare il partito verso un’ideologia da XXI secolo, pragmatica e solidale, laica e interclassista. Ha usato toni anche critici verso l’esperienza di governo, che oramai considera conclusa, perché non ha saputo in alcun modo rispondere agli impegni presi con l’elettorato. Ha pesantemente rilanciato in materia elettorale, asserendo che “se si fa giustamente riferimento al dovere di rispettare il principio sovrano che è il popolo ad avere in mano lo scentro, non c’è patto di legislatura se non si ha il coraggio di cancellare una legge elettorale che è semplicemente una vergogna”, sottolineando, peraltro, che “gli italiani sono stanchi di chi intende la stabilità come un paracarro. Non c’è niente di più stabile e immobile di un paracarro. Ma il Paese ha invece bisogno di istituzioni capaci di rispondere ai problemi reali” sottintendendo l’inazione dell’attuale Esecutivo.

Rivolgendosi poi direttamente al suo antagonista, ha detto che “le nostre responsabilità non ci spaventano, diamo ad altri l’onore di dimostrare se ha davvero a cuore l’interesse del Paese o vuole rimanere a Palazzo Chigi in attesa che passi la bufera”, quasi dileggiando, poi, l’ipotesi di imbarcare nella maggioranza i centristi di Casini per risolvere lo strappo dei finiani. Questa soluzione, fa capire Fini, sarebbe soltanto un rattoppo, debole e incerto, perché non darebbe efficacia all’azione di governo. Anche il patto di legislatura che Berlusconi ha proposto non può essere considerato alla stregua di un “compitino sui cinque punti del programma” e d’altronde, ha ammesso, “con la congiuntura che c’è, con alcune nubi che arrivano da altri Paesi europei di tutto c’è bisogno tranne che di una sfida tra Orazi e Curiazi o dell’ennesima campagna elettorale”.

Il cuore della proposta politica di Fini sembra essere il superamento di una maggioranza dove la Lega detta legge e condizioni. A questo proposito ha rimarcato la necessità di determinati provvedimenti in favore della fiscalità di vantaggio a favore del Sud, di cui potrebbero avvantaggiarsi le imprese che decidono di localizzare stabilimenti nel Meridione invece che all’estero. Poi ha chiesto “un nuovo patto sociale, a partire per esempio dagli stati generali sull’economia e il lavoro nel Paese”.

Fini ha ribadito che è possibile un riscatto morale soprattutto delle giovani generazioni, a condizione che siano soprattutto i ceti dirigenti a dare l’esempio. “La spazzatura non è solo nelle strade ma anche nelle nostre coscienze” ha detto ripetendo quanto detto nei giorni scorsi il Papa. Un riferimento diretto agli scandali sessuali del premier.

Un intervento forte, a tutto gas, che presenta, però, un punto debolissimo: potrà mai Berlusconi portare avanti un programma di governo così ambizioso come richiesto da Fini? La crisi della leadership berlusconiana e, soprattutto, la sua conclamata incapacità di risolvere qualsiasi problema lo rendono del tutto inadatto, “unfit” come denunciava già sei anni fa l’”Economist”, a indirizzare il Paese verso la prosperità e lo sviluppo. Ecco quindi che la giocata di Fini ha un obiettivo ancora più ambizioso e di medio periodo: candidarsi a dirigere la terza Repubblica.

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