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Nel 1993 non rinnovò il 41-bis per 140 mafiosi, sperando che le stragi terminassero. Secondo alcuni, in questo modo, dimostrò a Cosa nostra che la strategia terroristica coglieva nel segno. Il procuratore di Palermo Messineo: “Per noi, le dichiarazioni di Conso sono una novità”

ROMA – Le incredibili dichiarazioni che l’ex ministro della giustizia dei governi Amato e Ciampi, rese alla Commissione antimafia stanno suscitando numerose polemiche. Giovanni Conso ha infatti dichiarato che prese personalmente la decisione di non rinnovare il regime del carcere duro, in scadenza nel novembre del 1993 e che in questo modo impedì che si compissero altre stragi come quella di via dei Georgofili (26-27 maggio 1993), dove persero la vita cinque persone. “Una scelta che ho fatto io” ha affermato Conso nel corso della sua audizione e dopo quella decisione “stragi non ce ne sono più state”. L’ex Guardasigilli ha escluso che la decisione sia stata frutto di una trattativa e “non fu presa in un’ottica di pacificazione”. Una decisione diversa da quella, ha aggiunto Conso ”avrebbe dato il destro ad una possibile minaccia di altre stragi”. Conso ha poi aggiunto che “all’epoca non ebbi percezione che ci fosse la mano dei servizi segreti in questa vicenda. I dubbi mi sono venuti dopo, quando il segreto di Stato ha bloccato tutto. All’epoca nessuno mi disse nulla”. Alla domanda se avesse mai avuto il sospetto che dietro l’arresto di Totò Riina (9 gennaio 1993) ci fosse stato lo zampino di Bernardo Provenzano, l’ex ministro ha risposto in modo abbastanza sibillino, sostenendo che “magari c’è un filo rosso ma è mischiato a mille altri di difficile decifrazione”

Gli smemorati del 1993

I “ricordi” di Giovanni Conso si collocano in quell’area di rinvenimento della memoria che ha colpito più di un protagonista dei terribili avvenimenti degli anni 1992-1993. Già l’ex presidente della Camera e della Commissione antimafia Luciano Violante, ha “ricordato” di aver incontrato il generale Mori che gli prospettò la possibilità di incontrare Vito Ciancimino ma lui rifiutò. L’ex ministro della giustizia Martelli, in una clamorosa puntata di “Anno zero” dell’autunno di un anno fa, raccontò un particolare fino a quel momento mai emerso, e cioè che Paolo Borsellino fu informato, venti giorni prima della sua morte, della trattativa fra Vito Ciancimino e i carabinieri che proprio per questo cercavano una copertura politica “istituzionale”. Anche il procuratore antimafia Pietro Grasso, poco più di un anno fa, confermò l’esistenza della trattativa che valse, a suo avviso, la vita a parecchi esponenti politici. Ora, un altro ex ministro della Giustizia è assalito dai ricordi e li confessa. Come mai queste persone non hanno “ricordato” prima? Come mai non hanno mai pensato di denunciare la trattativa fra Stato e mafia, se non altro per prospettare una possibile pista investigativa sull’omicidio di Borsellino e degli uomini della sua scorta?

Le ripetute conferme della trattativa

Luigi Li Gotti, esponente dell’Idv, nonché avvocato difensore di noti pentiti quali Tommaso Buscetta, ritiene che “Giovanni Conso in Antimafia ha indirettamente confermato la trattativa tra Stato e mafia”. Secondo l’europarlamentare Sonia Alfano “le esternazioni dell’ex ministro della Giustizia Conso confermano la precisa volontà istituzionale di mandare dei segnali alla mafia: vi tratteremo bene se cesserete le stragi; e così fu, rendendo vana la morte dei tanti innocenti che quella guerra con Cosa nostra volevano vincerla e non pareggiarla”, mentre lo stesso procuratore di Palermo Francesco Messineo ha oggi precisato che “non eravamo a conoscenza della rivelazione fatta ieri dall’ex ministro dello Giustizia Giovanni Conso davanti alla Commissione nazionale antimafia. Per noi è una novità”. Messineo non ha escluso che la documentazione relativa all’audizione dell’ex ministro della giustizia possa entrare a far parte del voluminoso fascicolo sulla trattativa che Massimo Ciancimino ha scoperchiato con le sue dichiarazioni.

Una nebulosa che si dissolve

È come una densa foschia che si sta progressivamente diradando, quella della trattativa fra Stato e Cosa nostra, che sarebbe iniziata a ridosso della strage di Via D’Amelio e che avrebbe coinvolto i vertici del Ros dei carabinieri ed alcuni esponenti dello Stato per giungere alla cessazione delle stragi. Le dichiarazioni di Giovanni Conso non fanno altro che dimostrare come, nell’immediato, una delle più pressanti richieste dei boss mafiosi (l’annullamento dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario che li obbliga al carcere duro) furono praticamente esaudite. Per Conso, la sua decisione fu presa in assoluta solitudine e quindi non fu il corrispettivo di una trattativa. Ma i sospetti, acuiti proprio dalla tardiva memoria di molti protagonisti, rinvenuta soltanto dopo le clamorose confessioni del figlio di Vito Ciancimino, sembrano rafforzarsi e confermare che Paolo Borsellino fu ucciso proprio perché era un formidabile ostacolo alla prosecuzione dell’accordo fra politica e mafiosi.

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