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Il Voltaire berlusconiano di Sergio Romano

Nell’Italia di oggi spaccata in due come una mela, ci sono i giornalisti berlusconiani e quelli antiberlusconiani. Mentre la seconda categoria è abbastanza compatta e si caratterizza per il fatto che cerca di analizzare le malefatte del regime del magnate di Arcore raccontando fatti e situazioni, con dovizia di documentazione (come nel caso di Marco Travaglio), nella prima ci sono giornalisti arcigni, sovente efficaci, come Belpietro e Sallusti e giornalisti che nascondono, dietro una pesante patina di dottrina, l’intenzione di “nobilitare” il regime, sovente piegando perfino le idee di giganti quali François-Marie Arouet, meglio conosciuto come Voltaire.

Di chi parliamo? Ma di Sergio Romano, naturalmente, l’ex ambasciatore che sovente funesta le colonne del “Corriere della sera” con le sue analisi tutte protese a dimostrare che gli anni di Berlusconi sono stati un fenomenale, ancorché “sfortunato”, tentativo di modernizzare l’Italia.

Ora, accade che il solerte Romano abbia scritto la prefazione al celeberrimo trattatello sulla tolleranza, scritto da Voltaire nel 1762 (nella collana allegata al quotidiano “I classici del pensiero libero”), subito dopo aver appreso la vicenda di Jean Calas, un ugonotto francese accusato ingiustamente di aver ucciso il figlio a Tolosa perché il giovane si era convertito al cattolicesimo e per questo fu condannato a morte. Un fatto che diede modo al celebre autore del “Candide”, già amato e preso come esempio di etica pubblica da Leonardo Sciascia, di formulare uno degli atti di accusa più spietati nei confronti della Chiesa romana, contro la quale si scaglia, con razionale e doviziosa messe di dati documentali, per la sua intolleranza nei confronti di chi dissente.

La prefazione di Romano scorre via liscia liscia per tre pagine e mezza, utile per lettori poco adusi ad un testo oramai sedimentato nella storia del pensiero. Ma poi, in ossequio all’eterna verità del “in cauda venenum”, Romano ci mette del suo, trasformando Voltaire in un berlusconiano ante-litteram. Ecco cosa scrive il nostro ex ambasciatore nella chiusa: “Un’ultima osservazione: il giornalista Voltaire lascia ai più modesti eredi di due secoli dopo e a parecchi magistrati alcuni utili suggerimenti sul modo di evitare la giustizia sommaria a furor di popolo, i processi celebrati sulle pagine dei giornali e nelle conferenze-stampa dei procuratori all’inizio delle loro indagini. Tolosa è diventata una bella e saggia città moderna, centro dell’aeronautica europea. Ma gli eredi dei suoi cittadini sono ancora fra di noi”.

Insomma, per Romano, Voltaire, con la sua opera, avrebbe lasciato un segno anche ai posteri martoriati dell’Italia attuale, ma soprattutto a quei magistrati che emettono sentenze sommarie “a furor di popolo” (?) e si permettono di parlare durante conferenze stampa su procedimenti in corso. Non sappiamo in quale paese viva l’ex ambasciatore e nemmeno possiamo immaginare di quante ore di sonno giornaliero sia prigioniero (supponiamo che, da quanto scrive, siano parecchie), ma sarebbe davvero gentile se elencasse per filo e per segno le sentenze dovute a “giustizia sommaria” che sono state emesse dai magistrati (supponiamo comunisti), perché a noi sembra che tutte le sentenze fino ad ora prodotte dai giudici abbiano seguito Costituzione e codici penali. Non solo. Ma ci sembra che molto spesso, quegli stessi giudici abbiano dovuto applicare leggi che consentivano al “più grande presidente del consiglio della storia italiana” di essere assolto “perché il fatto non costituisce più reato” o “per sopraggiunta prescrizione”, avendone i suoi legulei, ex abrupto, abbreviato i tempi procedimentali.

Romano, coerente con il suo nobile disegno di un’Italia fantastica, dove il magnate di Arcore (ispiratore sommo delle poesie di Bondi e dei suoi editoriali corriereschi) appare quale insigne statista dedito al bene comune, ora si appresta perfino a riscrivere i manuali di storia del pensiero, andando a scovare le perle di un berlusconismo eterno, rintracciabile perfino nelle perorazioni voltairiane a favore della tolleranza religiosa. Non sappiamo se Francois-Marie ne sarebbe stato contento ma certo accostare i giudici che condannarono Jean Calas a quelli di “Mani pulite” è un’operazione ignobile, che soltanto un berlusconismo morente poteva proporre a lettori sprovveduti ed incerti. Ora ci attendiamo da Romano altre prefazioni in cui illustri il berlusconismo di John Locke (“Lettera sulla tolleranza”, 1782) e di Pierre Bayle (“Pensieri sulla cometa”, 1682), accreditandosi in questo modo come uno dei più interessanti scrittori di fantascienza.

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