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Elogio di Mara Carfagna

Nel luglio 2008 eravamo sotto il palco della manifestazione, nella romana piazza Navona, che Antonio Di Pietro organizzò contro il governo Berlusconi. Ad un certo punto, intervenne Sabina Guzzanti e raccontò, con modi molto spicci, la natura dei rapporti che erano intercorsi fra la giovane ministra salernitana Mara Carfagna e l’attempato premier (mai dimostrati e, molto probabilmente, non veri). Fu un attacco eccessivo, una sorta di iperbole veristica, che ledeva, oltre che la reputazione della neo-ministra, anche quella della brava attrice e regista. Antonio Di Pietro storse il viso; considerava anche lui eccessiva quella perorazione e non lo nascose.

Mara se ne adontò e portò Sabina in tribunale. Il suo difensore, nel ribattere alla citazione in giudizio della supposta diffamata, ricorse alla solita “sacralità” della satira, che non avrebbe confini e che sarebbe dunque libera dai condizionamenti normalmente utilizzati dalla legge per un articolo di cronaca. Ma Sabina aveva sbagliato, anche allora che Mara non mostrava alcun tentennamento nel difendere il capo dei capi e si mostrava come la più convinta delle berlusconiane.

Dopo due anni di governo, Mara ha dimostrato di essere una donna coraggiosa e intelligente. Dopo aver dimostrato una certa ostilità verso le campagne per la libertà sessuale, a partire dal 2009 promuove, insieme a Vladimir Luxuria e Paola Concia, campagne contro l’omofobia, guadagnandosi la stima di ampie fette del popolo progressista. Insomma, Mara entra in un percorso di maturazione, di presa di coscienza, di condivisione di alcuni valori che non sono né di destra, né di sinistra ma dovrebbero appartenere ai principi condivisi di un Paese civile.

Nello stesso tempo iniziano i suoi silenzi, una sorta di estraneamento dalla vita del Pdl. Alle regionali del 2010 conquista 58 mila voti, diventando una delle candidate più votate. Ma ciò, anziché farle acquistare un peso all’interno del Pdl, contribuisce ad emarginarla. Troppo forte e troppo potente il coordinatore Nicola Cosentino, che la esclude da qualsiasi processo decisionale (soprattutto negli affari sui termovalorizzatori). Lei sopporta per qualche tempo, poi decide di mollare. “Il mio malessere non è recente, risale a un anno e mezzo fa circa: i coordinatori del partito ricorderanno bene che più volte mi sono rivolta a loro per sistemare una situazione campana molto tesa, una guerra tra bande dove vige la prepotenza e l’arroganza” scrive sul suo sito. E così ha cominciato ad opporsi, con una nobile forza, che nessuno avrebbe mai sospettato, alla “guerra per bande” delle fazioni del Pdl in Campania per il business dei termovalorizzatori. “Non posso permettere che una guerra di potere faccia saltare un’operazione di vitale importanza per la Campania con la conseguenza che, dopo Napoli, anche Salerno possa essere sommersa dai rifiuti” oggi confessa al “Mattino”. Poi, l’annuncio ancora più clamoroso: “Lascerò anche lo scranno di parlamentare perché, a differenza di altri, sono disinteressata e non voglio dare adito a strumentalizzazioni”. Ci si stropiccia gli occhi: è vero quello che leggiamo? Mara Carfagna non solo si dimette da ministro e dal Pdl ma anche da deputato, rinunciando a tutte le prebende (stipendio stellare compreso) di Montecitorio? In un Paese dove gente come Massimo Calearo, eletto nella lista del Pd nel 2008 per dabbenaggine di Walter Veltroni, è in procinto di diventare un ministro del governo Berlusconi e dove qualsiasi deputato ribaltonista non lascerebbe il suo seggio nemmeno sotto tortura, la scelta di Mara è di una incomparabile bellezza, dimostrando come questa giovane donna abbia saputo andare controcorrente, annunciando principi e valori che la politica dei Cosentino e dei Dell’Utri sembravano aver seppellito per sempre.

Brava Mara.

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