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C’è poco da ridere, Caimano: l’Italia è considerato un Paese da barzelletta

I disastri dell’era berlusconiana fotografati dalla scarsa considerazione per il premier nei documenti diplomatici dell’amministrazione americana diffusi sul web. Con lui, l’immagine dell’Italia è oramai prossima al “grado zero”

ROMA – Lui, il Caimano, fa sempre così, perché pensa che sia fico. Scherzare e riderci sopra. Non appena viene scoperta una sua magagna, fra le tante che rimangono misteriose, alla prima occasione pubblica prende la palla al balzo per esorcizzare in anticipo le sue figuracce. Dopo la vicenda della minorenne di Casoria si prendeva in giro da solo; dopo quella di Ruby rubacuori, spiazzava tutti dicendo che doveva sistemare una minorenne.

Ed è così che fa anche adesso che Wikileaks ha diffuso in tutto il mondo la considerazione che la diplomazia americana nutre nei suoi confronti: “vanitoso e incapace”, “profonda sfiducia in lui”, protagonista di “party selvaggi”, assurto (si fa per dire) al tristo incarico di “portavoce” di Putin. Il Caimano ci ride su ma non gli italiani (almeno quelli che ancora hanno un barlume di ragione e di avvedutezza), perché è chiaro dove portino le considerazioni espresse dalla vice-responsabile dell’ambasciata americana in Italia Elisabeth Dibble (ufficialmente, incaricata di affari della rappresentanza diplomatica): ad emarginare il nostro Paese dal consesso internazionale, considerarlo non affidabile e non autorevole. E ciò unicamente per via dei comportamenti irresponsabili del suo premier, della sua faconda vita privata, che non risponde ad un canone stabilizzato che qualsiasi Capo di governo deve presentare a livello internazionale.

Ma c’è ovviamente qualcosa di ancora peggiore nelle considerazioni che per ora sono state diffuse in rete (ma ne sono in arrivo almeno altre tremila nelle prossime ore e nei prossimi giorni): lo stato delle relazioni assolutamente anomale fra il nostro Paese e due Stati con i quali le amministrazioni americane sono costrette a convivere ma di cui farebbero volentieri a meno: la Russia autocratica del duo Putin-Medvedev e la Libia del plutocrate Gheddafi. È proprio fra il deserto libico e il Cremlino che il premier italiano ha fino ad ora giocato le sue partite, rafforzando un’amicizia di affari di cui si conosce soltanto una misera percentuale di compiutezza. I sospetti che in quei rapporti si nascondano anche “interessi privati” del Caimano emerge dalla documentazione del Dipartimento di Stato americano, con una nota della stessa Hilary Clinton (quindi, ai massimi livelli) finalizzata a conoscere gli “investimenti personali” del premier italiano potenzialmente produttivi di influenze sulla politica estera dell’alleato. Nulla del genere era mai successo nella storia repubblicana italiana, che, cioè, l’amministrazione americana dovesse chiedersi se gli affari privati dell’inquilino di Palazzo Chigi potessero incrinare il tradizionale equilibrio al di là dell’Atlantico e questo potrebbe già essere sufficiente per comprendere la rottura sistemica che il regime berlusconiano ha provocato, con danni forse irreparabili per la democrazia italiana. Berlusconi, infatti, in un delirio sconclusionato di finta efficienza e di acquisizione di un prestigio planetario, ha tentato di infilare il piede in più staffe, per cavalcare a turno il cavallo più bizzoso ma più splendente. Ed ecco l’intemerata amicizia con gli “inviati da Dio” Putin e Medvedev, con i quali chiude affari fra Gazprom e Eni per il valore dichiarato di un miliardo di euro, fomentando a Washington la paura che l’Europa intera possa in futuro diventare una “dependance” russa non soltanto per gli approvvigionamenti energetici. Come se non bastasse, allo stesso tempo rinsalda il legame con il colonnello di Tripoli, anche in questo caso per motivi energetici e non solo, accondiscendendo a richieste esorbitanti all’Italia e all’Europa in materia di emigrazione. Poi, per coprirsi le spalle, annuncia un giorno sì e un giorno no la sua leale amicizia con Israele e, quando c’era Bush, pensava che fosse sufficiente la sua politica delle “pacche sulle spalle” e le parole di amore, del tutto fuori luogo come l’intero personaggio che le proferiva, per tenere a bada le inevitabili domande sulla natura eccessiva di quelle pericolose amicizie.

È in questo modo che, quasi scientificamente, il Caimano (e la sua diplomazia, affidata alle mani dell’evanescente Franco Frattini) ha distrutto quel po’ di reputazione internazionale che il nostro Paese aveva faticosamente costruito con Massimo D’Alema e con Romano Prodi. Ora, prendersela a ridere, significa soltanto continuare a dileggiare 60 milioni di cittadini, che avrebbero tutto il diritto di non essere presi in giro quando si recano in viaggio in una qualsiasi Capitale del mondo civilizzato.

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