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I finiani si impallano, forse si pentono mentre il Caimano gongola

Lettera di miele di Silvano Moffa e di altri cinque esponenti di Fli per scongiurare la partecipazione al voto di sfiducia di Fli. Il mitico “Silvio” è una calamita troppo potente anche per chi si spacciava membro di una “destra sociale”, che ora è attratta soltanto dal maliardo (senza refusi) di Arcore

ROMA – Il nuovo che avanza si fa sentire fra i finiani. L’ipotesi di fare una destra moderna senza il magnate di Arcore, oltre gli affari e i conflitti di interesse, i bunga bunga e le feste notturne, che non continui a turlupinare gli italiani con la spazzatura che dovrebbe essere rimossa ed invece sta sempre lì, che non abbia rappresentanti della volontà popolare impresentabili come Cosentino e Dell’Utri, che non massacri scuola e università sarà pure una cosa bella ma “meno male che Silvio c’è”, pensa fortissimamente Silvano Moffa, già sindaco di Colleferro e finiano suo malgrado e a sua insaputa. Insieme ad Andrea Augello, classe 1961, autorevole esponente della destra che più destra non si può, nonché sottosegretario di Stato alla funzione pubblica, ha indirizzato al premier e a Fini una lettera in cui li si scongiura di fare pace una volta per tutte. Il documento, che ha raccolto la firma di sei finiani e di quattordici pidiellini, auspica un nuovo accordo fondato su una nuova legge elettorale con il premio di maggioranza che scatta per la coalizione che raggiunge il 40% delle preferenze, un patto federativo fra i partiti della destra, il rilancio della concertazione fra le parti sociali. “È pertanto nostra convinzione – miagola il documento –  che si debba procedere, una volta acquisita la disponibilità di Berlusconi e di Fini, ad avviare un confronto sui contenuti di questo documento, superando lo scoglio del voto di fiducia attraverso la non partecipazione dei parlamentari di Futuro e Libertà al voto del 14 dicembre e l’approvazione di un cronogramma dei lavori dei tre tavoli di maggioranza sui temi della riforma costituzionale ed elettorale, sulle materie economiche e fiscali e su una nuova possibile articolazione del centrodestra”.

Insomma, Moffa e Augello – ma soprattutto il primo – propongono a Fini di dire che era tutto uno scherzo. Lo stesso discorso di Bastia Umbra – che disegnava un Gianfranco Fini durissimo contro il co-fondatore del Pdl – una bagattella senza importanza, come aver giocato con carte truccate per vincere un montepremi consistente in cioccolata e bambole di stoffa. Ora, basta aumentare la soglia per vincere il premio di maggioranza, per far tornare Fini all’ovile, magari con una razione di biada supplementare. Quanto sia indecente e fuori tempo massimo la proposta di Moffa, che però si porta appresso una fetta non trascurabile di deputati “malpancisti”, lo dà ad intendere Filippo Rossi sulla rivista on line “FfwebMagazine”, organo di Fli, secondo il quale “nessuna trattativa con Silvio Berlusconi. È un dovere civico. E patriottico. Perché l’Italia ha bisogno di altro. Ha bisogno di fare finalmente un passo avanti. Ed entrare nel futuro”. L’articolo propone più di una contusione a Silvano Moffa, quando aggiunge: “Nessuna trattativa con chi ha detto che Eluana Englaro poteva avere ancora figli. Con chi va in giro a fare le corna e il dito medio, o a dire barzellette con bestemmia finale. Con chi pensa ancora che esistano i comunisti. Con chi pensa che un mafioso possa essere un eroe. Nessuna trattativa con chi ha attaccato Roberto Saviano. Nessuna trattativa con chi s’inventa di avere il consenso della maggioranza degli italiani. Nessuna trattativa con Silvio Berlusconi”.

Non ci sono reazioni di Gianfranco Fini, che domani interverrà alla trasmissione “In ½ ora” di Lucia Annunziata. Un’apertura di credito alla lettera di resipiscenza di parte dei finiani si dovrebbe avere questa sera dallo stesso magnate di Arcore che, intanto, oggi è andato a spasso per il centro di Milano, rassicurando i cittadini che rimarrà a Palazzo Chigi, ragionevolmente, entro il prossimo mezzo secolo. Per la “Padania”, il rotocalco leader di vendite in edicola di Umberto Bossi e lautamente finanziato dallo Stato in omaggio al verbo liberista della destra, il Presidente della Camera diventa “Gianfrancosauro”, perché è entrato in Parlamento nel 1983, quando “l’anno inizia con un governo guidato dal ‘cavallo di razza’ della Dc Amintore Fanfani; quando Yuri Andropov è il segretario del Pcus; quando E.T. di Spielberg fa il record d’incassi al botteghino; quando dagli Usa irrompe il ciclone Madonna; quando la Roma di Paulo Roberto Falcao si cuce sulla maglia il tricolore; quando Lech Walesa ottiene il Nobel per la pace”. Noi, suggeriscono i padani di ferro, siamo con il nuovo che avanza, cioè con un premier di 74 anni, che finanziava Bettino Craxi e i socialisti, incassava le prebende della legge Mammì, ospitava fra i suoi cavalli il mafioso Mangano e chiudeva un occhio su Marcello Dell’Utri, insomma uno che è in affari e in politica a suon di miliardi da una quarantina d’anni. Appunto, il nuovo che avanza.

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