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Padoa Schioppa, un galantuomo al potere e i morsi dei Caimani

ROMA – Se n’è andato così, come le cronache raccontano, in un attimo la luce si è spenta e lui non ha visto più nulla. Il ministro dell’economia del II Governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa aveva radunato un centinaio di amici per una cena pre-natalizia (alla quale avrebbe dovuto partecipare anche Romano Prodi), quando il destino ha deciso che quella cena non avrebbe dovuto svolgersi.

Tommaso Padoa Schioppa, nato nel 1940, da sempre aveva svolto la funzione di banchiere. La sua preparazione prettamente economica (a differenza di quella di Giulio Tremonti, che è un avvocato tributarista), lo aveva portato ai vertici di numerose istituzioni internazionali. Laureatosi nel 1966 alla Bocconi, nel 1968 entra in Banca d’Italia prima di decidere, due anni dopo, di fare un master a Boston, nel prestigioso Mit diventando allievo di Franco Modigliani. Dal 1979 al 1983 è direttore generale per gli affari economici e finanziari della Commissione europea a Bruxelles. Nel 1984 è nominato vice-direttore generale della Banca d’Italia. Insieme a Carlo Azeglio Ciampi, che ricopre la carica di governatore, Padoa Schioppa ha funzioni esecutive e dirige di fatto l’operatività del nostro istituto bancario centrale.

Con l’ascesa di Fazio ai vertici della Banca, Padoa Schioppa viene progressivamente emarginato. Nel 1997 va a presiedere la Consob ma vi resta soltanto un anno, perché nel 1998 entra a far parte del consiglio ristretto della Banca centrale europea e vi rimane fino al 2005.

Vinte le elezioni del 2006, Romano Prodi lo chiama come ministro dell’economia e lui regge il dicastero con quel rigore tipico ereditato dagli anni del servizio in Banca d’Italia. Riesce ad abbassare il deficit annuale di bilancio sotto il 2% rispetto al prodotto interno lordo. Insieme a Vincenzo Visco, che ha la delega come viceministro alle finanze, sostiene quella che, per il nostro Paese, sarebbe una vera e propria “rivoluzione”: far pagare le tasse agli italiani. I provvedimenti messi a punto da Visco (elenco obbligatorio dei fornitori, tracciabilità dei pagamenti, responsabilità del committente negli appalti per la violazione dei pagamenti contributivi e per il rispetto delle norme sulla sicurezza del lavoro, ecc.) contribuiscono a rendere meno selvaggio il nostro Paese, dove regna il lavoro nero e la cultura dell’evasione. Padoa Schioppa si spende anche intellettualmente per sostenere questo titanico sforzo, asserendo in un’intervista a Lucia Annunziata che pagare le tasse è una “cosa bellissima”: “La polemica anti tasse è irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente”. Un discorso da considerare normale in un Paese normale ma non in Italia, dove il Caimano e i suoi feroci bravi (“Il Giornale” e “Libero” in testa) lo derisero, prendendolo per scemo. Non appena tornato al potere il loro ras, con Tremonti successore di Padoa Schioppa a via XX settembre, la prima cosa cui si provvide fu l’abolizione di tutti quei provvedimenti per ridare agli italiani rapaci il potere di decidere da soli quante e quali imposte pagare. Alla civiltà democratica di un ceto politico di “civil servant” si sostituì quello degli affaristi che combattono i principi solidaristici della Costituzione.

Naturalmente, negli anni berlusconiani è impossibile trovare una dichiarazione critica di Padoa Schioppa sugli esiti economici dei provvedimenti del Caimano. Non era uomo di polemiche ma di lucide analisi (collaborava con “Repubblica”, per la sua antica amicizia con Eugenio Scalfari). Grazie a lui e a Romano Prodi l’Italia riuscì ad entrare nell’euro. Grazie a Berlusconi e a Giulio Tremonti rischiamo di uscirne, perché l’ora dei Caimani ha preso il sopravvento.

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