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Internet e istruzione. Il fallimento delle tre “i” di Berlusconi

ROMA – Il web, dopo la consacrazione del fondatore di facebook Mark Zuckerberg a uomo dell’anno, assegnata dal brtitannico Times, guadagna sempre più terreno.

Certo, sarebbe stato il caso di premiare ex aequo anche Julian Assange, il patron di Wikileaks, il quale con le sue verità ha svelato alcuni dei misteri che altrimenti sarebbero rimasti  tali per chissà quanto tempo.
Navigare oggi sul web significa soprattutto avere ampia libertà  di mente e di azione, ottenere indistintamente la possibilità di raccogliere  approfondimenti e notizie spesso insabbiate o addirittura distorte dagli altri consueti canali mediatici. Insomma, è indubbio che la rete può diventare uno strumento utilissimo per chi ha un minimo di coscienza su chi e cosa cercare attraverso le inesauribili possibilità offerte.
E così capita che in questo scenario, a dir poco rivoluzionario,   ci sia chi vuol far credere dell’importanza del web, ma poi finisce per temerlo tentando addirittura di ostacolare questo fenomeno in continua espansione. D’altra parte, e Assange ne è una prova, la rete fa troppa paura perchè non è così controllabile come i poteri forti auspicavano.
Se in Italia dovessimo stilare un bilancio di fine anno ci accorgeremo subito che le tre famose “i” di Silvio Berlusconi”, una delle quali si riferiva proprio a internet è sparita dal suo programma politico fatto di tante promesse mai mantenute.

Fino a tre anni fa, secondo un’indagine di Eurostat, il 59% degli italiani non sapevano usare il computer, contro la media europea che oscilla al 37%. Ora le cose sarebbero lievemente migliorate, grazie anche all’introduzione dei social network, proprio come Facebook, che ha trascinato come una vera e propria moda  milioni di persone nel web, molti dei quali prima di allora ignoravano come mandare una semplice mail, oppure ritenevano il computer uno strumento marginale. Ma se questi numeri sono soddisfacenti, almeno per Zuckerberg, il quale può vantarsi di aver creato il sito più cliccato al mondo con oltre mezzo miliardo di utenti sparsi su tutto il globo, in Italia le cose peggiorano.

Una notizia passata inosservata con il famigerato pacchetto austerity approvato dal governo Berlusconi ha infatti tagliato ben 800 milioni di euro previsti per sviluppare la banda larga nel paese.  Sembrerebbe una coincidenza casuale, se non ci fossero  in ballo  delle reti televisive che vanno difese al oltranza dalla concorrenza spietata del web.  Ma non solo. Anche qui il fattore chiave è il controllo del cosiddetto quarto potere, generatore di consensi elettorali, plasmatore delle menti più influenzabili.
Insomma sembra proprio che le aziende di Berlusconi non debbano essere toccate. Così l’Italia resta ancora uno dei paesi più arretrati al mondo, con un risicato 51% di persone che ha accesso alla rete, contro il 93% della Svezia, l’85% della Gran Bretagna e l’80% della Germania. Per non parlare della Finlandia dove  una legge stabilisce che la banda larga è un bene comune al quale tutti i cittadini possono accedere per diritto.
Un provvedimento sicuramente unico nel suo genere, che  fa capire come si muovano i paesi in cui la democrazia è una vocazione radicata. Tecnologia e informazione, infatti, viaggiano di pari passo, almeno nella rete, e per questo tagliare un settore significa sopprimere anche la possibilità di accedere a determinate conoscenze. Ma non solo. Pensiamo a tutti i nuovi dispositivi mobili commercializzati negli ultimi mesi, alle nuove applicazioni disponibili, che in molte zone d’Italia sono pressoché inaccessibili per la mancanza di connessioni appropriate che ci rendono ancora una volta il fanalino di coda rispetto al resto dell’Europa.

A questo scenario si aggiungono le altre “i” tanto decantate da Berlusconi: imprenditoria e inglese. Due settori inevitabilmente legati al settore della pubblica istruzione, la chiave di volta per la rinascita di un paese. Un vero paradosso se ci pensiamo bene. L’indagine iniziata nel 2000 e condotta dall’Università di Pisa, “Programme for international assestment” promossa dall’Ocse è a dir poco sconfortante. L’Italia nella classifica mondiale sul livello di istruzione nei maggiori paesi industrializzati è finita al 29° posto e l’Ateneo più antico del vecchio continente, quello di Bologna, non compare più nella classifica delle 200 università più prestigiose nel mondo. Insomma un ciclo davvero diabolico, una sorta di strisciante “Fahrenheit 451”, tutto italiano questa volta. La parola d’ordine è sempre la stess: bruciare la conoscenza e il futuro delle  generazioni a venire.

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