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“Libero” accusa il Caimano: “Il sistema fiscale è lo stesso di Visco”

ROMA – Effetti del giornalismo “indipendente”. Maurizio Belpietro lo ha ribadito proprio qualche giorno fa, quando ha presentato, insieme al socio Vittorio Feltri, il “nuovo” ‘Libero’: “Sono sempre stato un giornalista indipendente”, per dire che quello che scrive sono idee sue e nessuno lo paga per fare il megafono.

Sarà, ma i dubbi si affollano nella mente più delle onde in un mare agitato. Soprattutto quando si leggono argomentazioni come quella che il vicedirettore Franco Bechis ha prodotto in un articolo pubblicato ieri. Secondo Bechis, il governo del Caimano avrebbe realizzato soltanto 40 punti del programma sui 119 previsti. Non solo, ma la gran parte li avrebbe realizzati prima dello scoppio degli scandali sessuali (vicenda di Naomi). Il vicedirettore di “Libero”, insomma, lancia l’idea che la “sexual addiction” del magnate di Arcore abbia in qualche modo bloccato la sua azione finalizzata alle riforme. Per esempio, in materia di fisco, Bechis sottolinea come il sistema sia ancora quello disegnato da Vincenzo Visco, mentre il Caimano si era impegnato a fare tutto il contrario, diminuire la pressione fiscale e ridistribuire il carico tributario.

Analisi curiosa, quella di Bechis. In primo luogo perché se la prende con Visco anche quando l’ex ministro prodiano non è più da un pezzo tale, dimostrando come effettivamente stesse colpendo nel segno, andando a centrare l’evasione di massa che caratterizza l’Italia, se un giornalista di destra come Bechis ancora lo rimira come un incubo. In secondo luogo perché Bechis non si accorge che se anche l’attuale governo fa ricorso a strumenti messi in cantiere da Visco (come, ad esempio, la tracciabilità dei pagamenti) vuol dire che poi questo sistema non era così male.

In realtà, le perorazioni di Bechis risultano del tutto errate e, per giunta, anche ipocrite. Egli fornisce un’idea mistificatoria dei provvedimenti di Visco, disegnandoli come quelli di un “predatore” (ricordate i vergognosi manifesti della destra con il vice-ministro dell’economia come un Dracula?) che aveva solo interesse a succhiare il sangue dei suoi depredati. Al contrario, la politica fiscale messa in atto dal governo Prodi – e tuttora considerata razionale da qualsiasi persona dotata di onestà intellettuale – consisteva nel creare strumenti in grado di rendere trasparenti i redditi da lavoro indipendente (autonomo, di impresa, professionale), esattamente come succede al lavoro dipendente. Soltanto allargando la base imponibile (più di 150 miliardi di evasione, secondo le ultime stime), si poteva prospettare un aumento di gettito in grado di abbassare le imposte per coloro che già le pagano. Altrimenti è impossibile.

Una volta salito al soglio di Quintino Sella, invece, il dovizioso Giulio Tremonti ha immediatamente smantellato tutti i provvedimenti antievasione (registro dei fornitori obbligatorio, tracciabilità dei pagamenti, co-responsabilità del committente negli appalti per il versamento dei contributi sociali, ecc,), lanciando un evidente messaggio di “liberalizzazione” agli evasori e per recuperare un gettito che inevitabilmente sarebbe diminuito (come in effetti è accaduto) ha reintrodotto i suoi soliti strumenti: cioè i condoni. Ora qualsiasi studente di economia sa che i condoni sono tutto l’opposto di uno strumento antievasione e quello predisposto da Tremonti lo era al massimo grado, chiedendo agli esportatori di capitali di farli rientrare condonando la loro illegittimità con sanzioni ridicole. Come se non bastasse, il governo ha alleggerito i controlli degli ispettori del lavoro in un Paese dove ci sono più di mille decessi per cause legate al lavoro (nel 2008, per effetto della stretta sui controlli voluta da Visco le morti sul lavoro diminuirono del 7,2%) e sale l’utilizzazione del lavoro nero, quindi l’evasione paracontributiva di cui è vittima l’Inps.

Secondo un’indagine condotta da “Krls Network of Business Ethics” per conto di ‘Contribuenti.it’, l’evasione fiscale nel 2010 è aumentata del 10,1%, con il 54,5% della base imponibile che sfugge a qualsiasi controllo del fisco. Secondo questo studio al primo posto nell’occultare il proprio reddito sono gli industriali (32,8%), seguiti dai bancari e assicurativi (28,3%), dai commercianti (11,7%), dagli artigiani (10,9%), dai professionisti (8,9%) e, infine, dai lavoratori dipendenti (7,4%). Per nascondere questa realtà, il governo cerca di diffondere l’idea di un supposto rafforzamento della lotta all’evasione, fornendo cifre sui redditi occultati e scoperti, ma anche questo è una mistificazione bella e buona. Innanzitutto perché si tratta, appunto, di una “lotta all’evasione” che già stata compiuta e, in secondo luogo, perché l’informazione su questo punto non dice che la maggior parte di questi disvelamenti daranno un gettito assai minore dei redditi misteriosi che si annunciano, dopo che si saranno conclusi i ricorsi presso le Commissioni tributarie cui gli incolpati si rivolgeranno con la consulenza di agguerriti studi legali, come quello fondato a Milano dal nostro ministro dell’economia (gestito dai soci Vitali, Romagnoli e Piccardi).

La conclusione è che il nostro sistema fiscale, contrariamente a quello che scrive Franco Bechis, è esattamente l’inverso di quello disegnato da Vincenzo Visco, il quale, se avesse avuto la possibilità di portare a termine i suoi provvedimenti antievasione e antielusione, avrebbe conseguito nello stesso tempo un allargamento della base contributiva e una diminuzione della pressione fiscale. Ciò che falsamente dice di volere anche l’attuale esecutivo, con il supporto di complemento di giornalisti come Franco Bechis.

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