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Sono oramai due legislature (2001-2006, 2008­-2011) che il partito di Bossi tiene impegnato l’intero Parlamento e qualsiasi attività politica e legislativa al progetto federalista. Quest’ultimo, oramai, è diventato una vera e propria mania ossessiva di Bossi e dei suoi ministri. Non c’è argomento dell’agenda politica che non risulti dipendente dalla “necessità” che il partito padano impone ad un’intera Assemblea, spacciando il federalismo come una vera e propria “panacea” per tutti i mali storici italiani.

Bossi e Calderoli ripetono, come un mantra, che con il federalismo l’Italia diventerà un Paese all’avanguardia, moderno, autosufficiente, rigoroso, legale. Il modello perseguito, affermano, consentirà alle venti Regioni italiane di diventare tutte virtuose, perfino quelle disastrate del Meridione, superando con un grande balzo ogni difficoltà operativa e gestionale. Il federalismo è la bacchetta magica leghista; grazie ad una misteriosa formula propiziatoria, il nuovo modello di Stato diventerà una democrazia matura, anche dal punto di vista economico. Sanità, produttività, mercato del lavoro, istruzione, ricerca saranno, con il federalismo, al passo con i tempi e gli stessi governatori regionali avranno un’arma formidabile per decidere le “magnifiche sorti e progressive” dei propri territori.

Grazie al proprio potere di ricatto su una maggioranza debole e incapace, Bossi si è appropriato del medesimo ruolo svolto nella prima Repubblica dai socialisti di Bettino Craxi, pur avendo una percentuale di consensi elettorali di gran lunga inferiore (8% nelle elezioni del 2008, contro una media del 13% del defunto Psi). Berlusconi è consapevole che è solamente grazie alla Lega e alla compattezza del suo connubio con Bossi se la sua leadership è riuscita a sopravvivere alla diaspora finiana. Ma Bossi non regala nulla: il suo apparentemente convinto apporto all’attuale maggioranza si deve esclusivamente alla monomania federalista. E, allo stato attuale, nemmeno sarebbe pensabile un potere berlusconiano senza il cemento leghista.

Ma, naturalmente, come la maggior parte della propaganda di questa destra, il federalismo non risolverà alcuno dei drammatici problemi che attanagliano il nostro Paese. Non risolverà la questione fiscale, che sta tutta dentro il profondo squilibrio fra la massa del lavoro dipendente, che paga interamente le tasse e quella del lavoro indipendente, cui il sistema concede la discrezione di variare la propria materia imponibile a seconda delle esigenze e, quindi, di evadere. Non risolverà alcun problema di competitività economica, perché quest’ultima dipende fortemente dagli investimenti e dagli incentivi che lo Stato mette nella ricerca, né tantomeno potrà incidere sugli assetti di un mercato del lavoro se non accentuandone gli squilibri territoriali, fra un centro-nord avanzato e maturo e un Meridione sempre più preda di sacche di improduttività e inefficienza. Ciò che il federalismo bossiano potrà invece originare sarà un’accentuazione delle divisioni territoriali storiche del nostro Paese, qualora nei decreti attuativi non si accolga una visione cooperativa di questo modello. Se questo dovesse accadere, alcuni settori, come la sanità, saranno destinati a frantumare il tessuto sociale italiano, con intere Regioni meridionali che non saranno in grado di finanziare i principali servizi sanitari ed una fetta enorme di popolazione che si vedrà costretta a migrazioni per motivi di salute, come del resto avviene già da parecchio tempo, recandosi nelle migliori strutture ospedaliere del Centro e del Nord.

Il modello federalista, di per sé, non è negativo. Le esperienze di alcuni Paesi lo hanno dimostrato ma la Lega lo ha voluto imporre senza alcuna seria discussione politica, utilizzandolo come una sorta di “tappo” che ha impedito il normale svolgimento dell’agenda politica. La Lega, in questi ultimi anni, a parte l’occupazione selvaggia di enti e istituzioni economiche pubbliche, non si è occupata di altro che di federalismo, senza accorgersi che, nel frattempo, l’Italia rischia di naufragare nel debito pubblico e nel declino economico.

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