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Il leader di Fli propone “convergenze fra maggioranza e opposizione”, che sembrano quelle “parallele” di Aldo Moro. In realtà, aumentano le preoccupazioni per un gruppo che si sta sfaldando

ROMA – È tornato dalle incursioni nei mari caraibici abbronzato ma non certo rinfrancato. Chi gli è vicino assicura che il periodo è stato fra i più duri per il Presidente della Camera. La sconfitta del 14 dicembre alla Camera dei deputati, con il “tradimento” di alcuni dei suoi, lo ha sballottolato in un limbo di indecisioni da cui sembra difficile uscire. Poi, oggi, l’intervista a “Repubblica” sembra essere stata studiata per rimetterlo in pista e lanciarlo fuori dal circuito. Ma non sono pochi che commentano la nuova uscita di Fini come un segnale di debolezza, un ripiegarsi del giunco in attesa della fine della piena.

Per il leader di Fli L’Italia è sul punto “dell’asfissia” ed avrebbe bisogno “convergenze tra maggioranza e opposizione”.  Giusto quello di cui avrebbe bisogno il Caimano per condividere la responsabilità di un disastro originato soltanto dalla sua incapacità e da quella dei suoi ministri. Ci si può dividere nel dire che gli ultimi sei mesi del 2010 non hanno rappresentato un successo per nessuno? Non credo. Sarebbe invece molto pericoloso continuare a pensare che i prossimi sei mesi saranno come i precedenti” afferma Fini ed aggiunge: “Vivacchiare è negativo per tutti. Fermi restando i ruoli, della maggioranza e dell’opposizione, è un dovere proporre soluzioni per evitare l’asfissia”.

Insomma, né più né meno di un tendere la mano al Pdl, in attesa del congresso di Fli, una mano che il Caimano ha già rifiutato. “I conti con quello li ho già sistemati in modo definitivo” avrebbe confidato ai suoi a palazzo Grazioli il premier, confermando l’idea che nessun accordo, nemmeno il più favorevole lo indurrebbe a ripristinare un rapporto che lui considera defunto. Per De Magistris, le dichiarazioni del Presidente della Camera rappresentano “un riavvicinamento a Berlusconi”. Forse troppo pesante è stata la batosta e, secondo alcuni, Fini starebbe tentando non certo una ricucitura ma una riparazione dei danni che potrebbero risultare irreparabili per la sua sopravvivenza sulla scena politica.

Ma i guai per Fini non sarebbero terminati con il 14 dicembre. Secondo l’agenzia “Dire” il suo gruppo al Senato starebbe correndo il serio rischio di un dissolvimento precoce, per il rientro di due senatori nel Pdl. Silvano Moffa il transfuga non si è fermato nel periodo di vacanza ed ha tessuto la sua tela mortale intorno a Giuseppe Menardi, il quale ora sarebbe disposto a rientrare nei ranghi. Insieme a lui ci sarebbe perlomeno un altro senatore finiano pronto al salto della quaglia. Ridotti ad otto, i membri di Palazzo Madama del gruppo di Fini sarebbero costretti a sciogliersi perché il regolamento prevede un numero minimo per formare un gruppo parlamentare, che è appunto di dieci. Secondo un esponente del gruppo dei cosiddetti “responsabili” che appoggeranno il governo in sede parlamentare, “il terzo polo entro un mese è morto e defunto”. E Fini, di fronte alle difficoltà, appoggia la teoria casiniana del “cessate il fuoco”, dopo aver bombardato con tutte le armi a disposizione il Caimano. Ma forse è troppo tardi.

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