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ROMA – Quando ieri avevamo scritto nel titolo del nostro articolo “La pazzia lucida di Matthias Schepp” avevamo colto nel segno.

Come novelle Cassandre, avevamo denunciato per l’ennesima volta, la cecità e l’irresponsabilità di chi, stando accanto a quest’uomo, non si era reso conto della sua malattia e, quindi, non aveva cercato di fermarlo.
Sbilanciandoci, avevamo scritto: “I sintomi, pare, ci fossero tutti: non aveva amici, registrava su un vecchio registratore che portava sempre con sé tutto ciò che gli accadeva, era meticoloso, solitario, freddo e distaccato, era molto educato ma a tratti irascibile. Tratti caratteriali che un buon psichiatra classificherebbe perlomeno come borderline, se non come sindrome schizofrenica.”
Ora, e solo ora, si scopre che i familiari del mostro di Saint-Sulpice sapevano della sua malattia mentale. Ieri, alla tv svizzera, la cognata di Matthias Schepp, ha confermato le nostre ‘irragionevoli’ certezze, che certamente non potevano basarsi su nessuna prova evidente ma solo su un metodo di pensiero deduttivo.  

“Avevamo chiamato uno specialista di disturbi mentali, a Zurigo. Matthias era mentalmente malato, squilibrato al punto da potersi suicidare. – ha affermato la cognata – Schizofrenico non in superfice, ma nel profondo e con una faccia neutra che impediva a chi stava vicino a lui di vedere che non stava bene. Aveva la morte addosso.” Ebbene queste persone, parenti dell’assassinino delle gemelline, solo ora, a tragedia consumata escono dal loro torpore anaffettivo e denunciano pubblicamente la schizofrenia del congiunto. Poi, per tentare una difesa dissociata la cognata afferma: “Ma era anche un padre incredibilmente paterno e premuroso”. Verrebbe da dirle, “ce ne siamo accorti”.

I parenti di Matthias Schepp fino all’ultimo hanno nascosto anche alla madre delle gemelline la grave e pericolosa malattia mentale del loro parente, proteggendolo con una criminale omertà.
Se queste certezze di malattia mentale fossero state espresse subito le bambine si sarebbero salvate. Se la madre lo avesse saputo le bambine si sarebbero salvate. La madre delle gemelline aveva un sospetto sull’infermità mentale del marito ma non certezze assolute. Questi timori sugli squilibri mentali del marito Irina Lucidi li aveva messi nero su bianco nel primo verbale. La donna aveva paura, negli ultimi tempi, di affidargli le gemelline, forse per un vago sentire che purtroppo non è divenuto certezza per colpa delle complicità dei familiari del marito che si erano adeguati al vecchio adagio “i panni sporchi si lavano in famiglia”. E in nome dell’inviolabilità della famiglia le bambine, molto probabilmente, sono state assassinate. Questa è l’ennesima dimostrazione di quanto la famiglia sia, troppo spesso, psicogena.

Finché non passerà culturalmente che la pazzia non è solo quella dei poveri derelitti che popolano le strade parlando tra sé e sé, urlando la loro rabbia, ma anche quella lucida, dei signori tanto corretti e “con una faccia neutra”, questi casi continueranno a venir relegati nella sfera dell’imponderabile. Si continuerà a dire “Era tanto una brava persona, era così affettuoso con i bambini. Sarà stato un raptus”. Come se una persona sana di mente di punto in bianco si mettesse a uccidere i propri figli. Assurdo, no? Eppure questa è la percezione di un grande parte di cittadini di fronte a queste tragedie umane.
E come se il mito di Medea si ripresentasse in una assurda coazione a ripetere: anche Medea uccide i due figli perché il suo compagno, Giasone, stava realizzando sé stesso sposando, Glauce  la principessa di Corinto. Ma Medea non aveva compiuto un raptus, adesso diremmo che era già malata di mente, perché dieci anni prima aveva ucciso suo fratello Aspirto spargendone i poveri resti dietro di sé per fermare il padre che la stava inseguendo, il quale trovandosi costretto a raccogliere le membra del figlio, non riuscirà più a raggiungerla.

Eppure anche se i media non ne danno notizia, per una specie di tacita complicità con questa cultura ancora dominata dalla stupidaggini freudiane, e da una psichiatria troppo innamorata dell’organicismo, leggendo tra le righe le parole dei giornalisti, poi, e solo poi quando è troppo tardi, si viene a sapere che la persona che ha compiuto atti efferati era un malato di mente riconosciuto.
Un altro particolare di questa vicenda agghiacciante dovrebbe preoccupare, e far aprire gli occhi, soprattutto alle donne: Irina Lucidi, la madre delle bambine scomparse, era stata appena promossa, e per lei si era aperta una brillante carriera. Questa è stata la ragione del deterioramento dei rapporti con il marito. Il marito ere ‘infastidito’ della realizzazione della donna, l’identità della Lucidi metteva in ombra quella del marito, il quale, visto cambiare quel precario equilibrio, che in qualche modo teneva a bada la sua pazzia, tanto ha fatto finché la moglie, non potendone più di quella oppressione asfissiante, aveva chiesto la separazione e in seguito il divorzio.
Questa vicenda è molto comune: moltissime donne soffrono di una pressione psicologica da parte del loro partner che le soffoca e le tiene in ostaggio con velate minacce, costringendole dentro una gabbia identitaria che stritola la loro identità femminile.  Quando queste trovano il coraggio e la vitalità, per dire basta e andare verso una propria realizzazione di identità sociale ed umana, separandosi dal marito, del compagno, dal fidanzato, questi, che avevano alienato la propria castrazione e il proprio fallimento umano su di loro, si sentono perduti e … uccidono.

I messaggi dello Schepp che dicevano ”senza di te non ce la faccio” confermano questa ipotesi. Non era amore a fargli dire “senza di te non ce la faccio” era l’odio per chi gli toglieva la ‘stampella’ che lo aveva aiutato, per anni, a tenere un precario equilibrio psichico.

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