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ROMA – Sono disperate le condizioni di Noureddne Adnane, l’ambulante marocchino  che ieri pomeriggio si è dato fuoco dopo che i vigili urbani gli avevano sequestrato i giocattoli che vendeva in via Ernesto Basile, nei pressi della cittadella universitaria di Palermo.

Un “abusivo” di appena 28 anni che non ha retto l’idea di perdere quel poco che aveva per sopravvivere alla giornata. Prima di darsi fuoco il giovane ha implorato i vigili urbani, affinchè gli rendessero la merce prelevata, ma non c’è stato nulla da fare, così la disperazione lo ha spinto a commettere il folle gesto. Ora Adnane è ricoverato e lotta tra la vita e la morte su un letto d’ospedale. I medici, nonostante il ragazzo risponda alle terapie e sia cosciente, sono preoccupatissimi.  Il suo volto è completamente sfigurato, ha ustioni sull’80% del corpo e i suoi organi respiratori sono stati gravemente compromessi.

Analoghi episodi sono già noti alle cronache. Primo fra tutti quello di Mohamed Bouazizi, il giovane venditore ambulante di frutta e verdura, che si diede fuoco il 17 dicembre a Sidi Bouzid, città al centro della Tunisia, per protestare contro la confisca della sua merce. E non fu l’unico. Perchè dopo la sua morte questo giovane disperato divenne il simbolo della cosiddetta  protesta del pane, tanto che il suo gesto di disperazione scatenò una sommossa popolare.

Episodi accomunati da un clima di povertà dilagante da cui non si può sottrarre neppure quella grande fetta di persone che vivono nella ricca penisola italiana,  distante solo qualche miglio marittimo dall’epicentro tunisino. E non sottovalutiamo questo fenomeno, perchè disperazione chiama disperazione, in un momento di crisi in cui nemmeno gli italiani possono chiamarsi fuori. La storia insegna che le rivoluzioni partono dal basso, quando il popolo è stanco di subire angherie e ingiustizie, quando non ci sono più vie d’uscita alternative, quando lottare significa imbattersi contro un muro di gomma dove regna il silenzio assordante della negazione. E non è detto che questa singolare storia di una vita spezzata possa dare il via ad una protesta ben più allargata, proprio com’è successo altrove. Da Tunisi ad Algeri, passando per l’Egitto fino al paese definito per antonomasia la culla del Mediterraneo. Il passo è più breve di quanto si possa immaginare. D’altra parte le voci disperate si levano sempre dallo scalino più basso della società. Arrivano implacabili con il loro grido di aiuto per scuotere le coscienze, per far sentire che dentro questo baratro sociale ci siamo o addirittura ci potremmo cadere tutti, nessuno escluso. Complici e vittime allo stesso tempo.

Tuttavia non c’è da preoccuparsi in Italia siamo ben stretti al nostro individualismo, al nostro orticello da difendere a denti stretti e guai a chi lo tocca, quindi nulla potrà mai succedere. Questo episodio, nonostante la sua drammaticità, cadrà in breve nell’oblio della memoria, al pari delle tante storie dei nostri connazionali stretti nella morsa della disoccupazione, del precariato, dalla perdita del lavoro, dei diritti negati. Qualcuno di molto importante un giorno disse che la sua natura è quella di aiutare il prossimo. Sarà anche vero, ma di telefonate per  evitare spiacevoli epiloghi o di buste di soldi o alloggi donati in residence esclusivi questa volta non c’è nessuna traccia. Le strane coincidenze della vita.

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