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Qualcosa è cambiato. Nel Paese

ROMA – Nonostante le polemiche, alcune giustificate, che hanno accompagnato e seguito l’appello “Se non ora, quando?”, il successo delle manifestazioni di domenica scorsa, strepitoso quanto inaspettato, segnala che qualcosa è cambiato negli umori del Paese.

Come spesso accade, sono state delle donne a cogliere e a dar voce a questi umori. Per meglio dire, sono, siamo le moltissime scese in piazza ad aver avuto il coraggio di sfidare lo stato depressivo in cui sembrava versare anche la parte migliore della società italiana. E’ stato un colpo d’indignazione, d’orgoglio ma anche d’immaginazione: senza la quale nessuna politica degna di questo nome può realizzarsi. Abbiamo saputo intuire che c’erano ancora risorse per un sussulto vitale. E ciò, malgrado la condizione di putrescenza che affligge l’Italia, il berlusconismo che la contamina nelle sue pieghe più profonde, le reazioni per lo più improntate (sul versante della comunicazione come della politica) a un voyeurismo nevrotico e compulsivo. Del tutto simmetrico alla compulsività malata delle performance, che solo per pietà possono dirsi erotiche, del despota terrorizzato dagli spettri della decadenza e della morte. 
Il successo innegabile delle manifestazioni non cancella, però, un limite intrinseco allo stesso appello (per la verità, pieno di sbavature lessicali e di contenuto). Perché mai lo scambio sesso-denaro-potere, esercitato su scala industriale dal sovrano e dalla sua corte grottesca dovrebbe preoccupare anzitutto le donne? Perché mai solo le donne dovrebbero sentirsene offese, colpite nella loro dignità? Non è forse vero che le attività sessuo-mercantili del capo del governo italiano sono l’esasperazione di un modello di mascolinità del tutto corrente?

 

Basta un indizio: se a una conversazione scandalizzata intorno alle vergogne berlusconiane partecipano degli uomini, ce n’è sempre qualcuno che infine cede alla tentazione di commentare intorno al sex appeal di questa o quella preferita. La verità è che il lupanare berlusconiano mette in scena, in forma estrema e seriale, l’essenza del maschilismo al tempo del cinismo di massa, della (relativa) emancipazione femminile e della società dello spettacolo: cioè, per citare Guy Debord, del “momento in cui la merce è pervenuta all’occupazione totale della vita sociale”, al punto che, si può aggiungere, vi sono donne che partecipano della stessa propria riduzione a merce-spettacolo. In questo tempo e in questo Paese, una buona parte del genere maschile, sentendo, al pari di Berlusconi, la propria potenza indebolirsi e ammalandosi perciò di ginofobia, si affanna a esercitare potere sulle donne nella forma della loro appropriazione-mercificazione e/o umiliazione-sottrazione di parola.
Siamo, per dirne una, l’infelice Paese in cui non ci si vergogna, neppure a sinistra, di creare costantemente situazioni da caserma (d’antan) tali per cui la parola delle donne sia negata, confiscata o ridicolizzata. 
Varrebbe la pena che gli uomini riflettessero su tutto questo. Altrimenti, uno dei rischi è riprodurre il voyeurismo sotto altra forma. Tutti a dire “Che brave, le donne!” e intanto a delegare loro il versante simbolico e di piazza dell’opposizione al berlusconismo. Mentre intanto i veri uomini manovrano i fili della realpolitik. Non si era ancora spenta l’eco delle grandi manifestazioni “della dignità femminile” quando Bersani si è affrettato a rendere omaggio, cappello in mano, ai campioni del celodurismo. Il vecchio vizio di proporre accordi politici alla “costola della sinistra”, negando apertamente la vocazione sessista e razzista della Lega Nord, questa volta è davvero intollerabile. Intollerabile e sconfortante poiché rivela, fra l’altro, la pretesa di confinare la protesta delle donne in un ruolo esornativo: utile quel tanto che basta per rafforzare il proprio potere contrattuale, in funzione di una concezione e di una pratica politica mediocri e manovriere. 
Ciò nonostante, la domenica delle grandi manifestazioni di piazza non va ripudiata. Potrebbe essere, infatti, un’occasione per ridare slancio al movimento per la nostra liberazione dal berlusconismo e dal post-berlusconismo, comunque mascherati.

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