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Gli ‘insepolti’ degli anni di piombo. Si riaprono i casi degli omicidi politici irrisolti

ROMA – C’è qualcosa di primario ed arcaico nella sepoltura dei morti e nella giustizia.

I miti di Antigone, che si fa uccidere pur di sotterrare il fratello, e la storia leggendaria di Manfredi, figlio naturale di Federico II, ucciso nella battaglia di Benevento del 1266, che il Papa Clemente IV, ,   “gittò il cadavero insepolto esca de’ cani”, ci narrano di quanto sia radicata negli esseri umani l’idea della sepoltura come segno di estrema separazione dalle persone amate. I miti e la storia narrano anche di un’altra dinamica psichica: l’ingiustizia di una morte violenta che rimane viva e dolorosa come una ferita aperta finché i colpevoli non vengono riconosciuti tali e puniti dalla legge. Neppure l’anaffettivo perdono cristiano è stato capace di far tacere questa voce che evoca le divinità telluriche della giustizia, perché esse, come narra il mito, abitano nelle profondità dell’Erebo, in quel luogo della psiche umana che non può essere raggiunta neppure dalla credenza religiosa.
Se fossimo religiosi diremmo che le anime di questi morti senza giustizia non possono trovare pace finché i loro assassini non paghino per i loro delitti. Ma sappiamo invece che i morti senza giustizia, per chi li amò, rimangono ‘insepolti’ nei loro pensieri, e come gli insepolti non trovano pace nel ricordo che non può trasformarsi in memoria inconscia che placa l’angoscia della sparizione. La stessa cosa vale per le persone scomparse, come i migliaia di desaparecidos dell’America Latina, che vivono ancora nelle grandi Madri di Plaza de Mayo.

Sono questi i moventi profondi per i quali la madre di Valerio Verbano, assassinato nell’’80 a Roma da mani fasciste, quasi sotto i suoi occhi, e Danila Tinelli la madre di uno dei due ragazzi di diciotto anni, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, assassinati il 18 marzo del ‘78 con 8 colpi di pistola in via Mancinelli a Milano, pretendono di vedere i volti di chi ha ucciso crudelmente i loro figli e invocano giustizia per potersi separare da loro.
La mamma, di Valerio, Carla  Verbano ancora aspetta, da 31 anni, di vedere la faccia di chi sparò alla nuca di suo figlio mentre lei era di là, nella stanza accanto, legata, insieme al marito, impotente davanti a tanta violenza.
Ora per quel delitto, che per ben 31 anni è stato considerato un delitto irrisolto, si sono riaperte le indagini e la possibilità di rendere giustizia a Valerio Verbano, il militante di sinistra assassinato ferocemente nella sua abitazione romana, nel quartiere di Montesacro, nel periodo più duro degli anni di piombo. Due cinquantenni, vicini ad esponenti di Terza Posizione e dei Nar, sono indagati dalla procura di Roma per omicidio volontario. Entrambi, il primo residente all’estero, il secondo un professionista molto affermato in Italia, sarebbero stati identificati dopo una rilettura del vecchio fascicolo processuale e anche riconosciuti, tramite delle foto segnaletiche dell’epoca, da alcuni testimoni.
“La notizia che ci sono finalmente due nomi collegati all’omicidio di mio figlio è un sollievo – ha commentato la madre di Valerio – se dopo 51 anni si riuscisse a scoprire qualcosa sarebbe meraviglioso. È quello che aspetto. Ed acquista un valore ancora più grande perché avviene in questa giornata, nel cinquantunesimo anniversario della morte di mio figlio. (…) Comunque anche se oggi sono contenta per questa notizia – conclude Carla Zappelli – non voglio illudermi più di tanto. È già successo tante volte e altrettante sono rimasta delusa. Però oggi ho più speranza”.

Anche per Fausto e Iaio, i due militanti del Leoncavallo uccisi nel ’78, forse si potrebbe riaprire l’inchiesta chiusa dal giudice Clementina Forleo, la quale, il 6 dicembre 2000, archiviò l’indagine con questa motivazione: «Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva e in particolare degli attuali indagati (Massimo Carminati, Claudio Bracci, Mario Corsi), appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni».

Pochi giorni fa Danila Tinelli, la madre di Fausto, mai stata ascoltata dagli inquirenti, ha rilasciato questa dichiarazione: “Fausto e Iaio sono stati uccisi dai servizi segreti.»
Scrive oggi il Corriere della Sera: “Potrebbe esserci una svolta sulle cause dell’omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo, ‘Iaio’, Iannucci, avvenuto a Milano il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro. Danila Angeli, madre di Fausto, ora accusa i servizi segreti in un’intervista al programma di Radio 24 Italia in controluce che andrà in onda mercoledì 23 febbraio alle 13,30.”

“Dopo l’omicidio di mio figlio,  – racconta ora la madre di Tinelli –  ognuno offriva la sua versione. Chi parlò di regolamento di conti tra spacciatori di droga, oppure una faida tra gruppi della sinistra extraparlamentare. Negli anni ho riannodato i fili della memoria, i pezzi di un piccolo mosaico che mi ha permesso di raggiungere la vera verità che io conosco. Mio figlio è stato vittima di un commando di killer giunti da Roma a Milano, nel pieno del rapimento di Aldo Moro, in una città blindata da forze dell’ordine. Un omicidio su commissione di uomini dei servizi segreti. Gli apparati dello Stato avevano affittato un appartamento al terzo piano del mio palazzo, in via Monte Nevoso 9, esattamente davanti all’appartamento in cui risiedevano appartenenti alle Brigate Rosse, responsabili del rapimento Moro, dove vennero rinvenuti i memoriali del presidente della Democrazia cristiana”.
Certamente la sua versione è più che verosimile visto che il giornalista de L’unità, Mauro Brutto, il quale, per mesi, aveva indagato e raccolto elementi sul delitto di Via Mancinelli, il 25 novembre dello stesso anno, veniva falciato da un’auto ‘pirata’, dopo che, alcuni giorni prima, qualcuno gli aveva sparato tre colpi di pistola andati a vuoto. Pochi giorni prima della morte Brutto aveva mostrato parte del suo dossier, sul caso dei ragazzi uccisi, ad un colonnello dei carabinieri. I testimoni dissero chiaramente che la Simca 1100 bianca che lo investì  “sembrava puntare sul pedone”. Il borsello del giornalista ucciso, dove egli teneva un vero e proprio dossier, sparì dal luogo del delitto e fu ritrovato, vuoto, il giorno dopo in una via vicina.

Insomma un lavoro troppo perfetto, come l’assassinio di Fausto e Iaio, non può che essere fatto da professionisti del crimine e non da fascistelli o spacciatori. E inoltre la testimonianza della madre di Fausto, che forse ora sarà ascoltata, è più che eloquente.
Noi tutti vorremmo che gli assassini e i mandanti dei tre ragazzi vengano consegnati alla giustizia, e condannati a pene severe. Vorremmo anche che Mimesis, nella sua funzione di ‘giustizia equilibratrice’, sappia ridare un po’ di serenità alle madri dei ragazzi, e che, nella loro memoria, i passi di Valerio, di Fausto e di Iaio, diventino lievi.

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