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Libia. Berlusconi riacquista la parola dell’ipocrisia

ROMA – Quando Silvio Berlusconi  da fiato alle parole emergono sempre le sue profonde contraddizioni.

Oggi, dopo un lungo silenzio, è intervenuto durante gli Stati generali di Roma Capitale  sulla tragedia che si sta consumando nel paese libico. “Prendiamo atto con grande piacere che il vento della democrazia è soffiato in quei Paesi”, ha detto il premier. E poi ha aggiunto:” Tanti giovani   vogliono entrare nella modernità e armati del loro coraggio e di internet hanno dato via ai sommovimenti. Facciamo attenzione che non ci siano violenze ingiustificate e derive che recepiscano il fondamentalismo islamico”. Insomma anche il cavaliere ha scoperto l’acqua calda. Deve aver  realizzato solo ora che in Libia, quel paese governato dal suo fedelissimo amico, al quale non nega mai  un inchino servizievole, e perchè no,  un baciamano,  di democrazia ce n’è davvero poca. Deve avere la memoria corta il premier per parlare di vento della democrazia solo ora. Solo pochi mesi fa, infatti,  e precisamente nell’agosto del 2010 se ne stava seduto assieme al Colonnello dittatore  sulle tribune della caserma  Salvo D’Acquisto  di Tor di Quinto  ad ammirare l’esibizione dei 30 cavalli berberi. “La serata dei due cavalieri”, l’avevano ribattezzata  i giornali di Tripoli, riferendosi ai due uomini politici  che hanno tenuto saldo il discutibile trattato  di amicizia italo-libico. Sarebbe meglio definirlo come il documento inviolabile degli affaristi senza scrupoli.

E così oggi Berlusconi -come si fosse svegliato da un lungo letargo – si è detto addirittura contro la violenza. Sembra quasi uno scherzo e infatti subito dopo  specifica  che  bisogna essere accorti su quello che succederà dopo con questo paese, con il quale non solo si è creato un accordo imprenditoriale, –  tra l’altro elargito dalle casse dello Stato, – ma anche perchè la Libia fornisce energia all’Italia.
Insomma ecco spuntare i soliti interessi economici unico motivo che lega indissolubilmente i due personaggi in questione. Pensare che un mese prima della celebrazione tra Italia Libia, durante la quale il Colonnello piantò, alla faccia dei campi nomadi,  la sua tenda beduina nel giardino della residenza dell’ambasciatore libico sulla Cassia, si stava  già consumando un genocidio.

Le testimonianze arrivate dai lager libici rappresentavano solo un piccolo assaggio dei metodi criminali di Muammar Gheddafi che stavano affiorando drammaticamente dai racconti. Una bolgia dantesca, la definì chi riuscì a sopravvivere in quell’inferno, dove  gli esseri umani giunti da altri luoghi dell’Africa venivano torturati, trattati come bestie, solo per essersi ribellati  alla schedatura di massa da parte delle autorità libiche.  Episodi ben documentati che provocarono l’indignazione generale, tanto che l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati fece un appello per mettere fine a queste barbarie e per questo fu espulso dalla Libia. Era il  luglio del 2010. Intanto Berlusconi continuava a fare orecchie da mercante. Accoglieva calorosamente il suo compare d’affari, con tanto di guardie del corpo amazzoni, e pomeriggi trascorsi con centinaia di hostess castigate e ben retribuite per ascoltare le  deliranti omelie del dittatore.

Oggi il presidente Berlusconi avrebbe dovuto andare alla Camera a riferire sulla situazione che si sta consumando in Libia, (si parla di 10mila morti). E questa volta non avrebbe potuto trovare giustificazioni per salvare le azioni dell’amico in affari libico. Ma il Cavaliere in Aula non s’è visto. Forse s’è dato, come si dice a Roma. D’altra parte Berlusconi e Gheddafi qualcosa in comune ce l’hanno. Gheddafi spara  contro la sua gente, mentre Berlusconi uccide  con il solo  silenzio.

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