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Gheddafi e la miseria delle élite europee

ROMA – Cane pazzo, lo definì a suo tempo Ronald Reagan. E un cane ringhioso, con la bava alla bocca, sembrava Gheddafi durante il discorso di martedì, si potrebbe dire se non fosse che di solito i cani impazziscono per colpa degli umani. Un discorso minaccioso, feroce, che invita le sue squadracce a far strage dei concittadini, stanandoli casa per casa.

“Topi di fogna” -a proposito di metafore zoologiche- ha chiamato i giovani rivoltosi, eroi di questa rivoluzione popolare, lui che s’illude, nella sua megalomania delirante, di poter ancora spacciare il mito di se stesso come artefice sommo dell’unica vera rivoluzione.
Gli orpelli panafricani e terzomondisti della Jamahiriya ora non ingannano più alcuno. La truffa di difensore dei diritti umani -al punto da intitolare a se stesso, fin dal 1988, un premio internazionale- è oggi smascherata dalla ferocia repressiva e dal black-out d’ogni forma d’espressione e di comunicazione che non sia la propria. La paccottiglia orientalista di cui è solito ammantarsi -le tuniche e le tende beduine, i cavalli berberi, il seguito di amazzoni, l’harem prezzolato, il Libretto verde- non impressiona più neppure lo scemo del villaggio. Perciò  il Colonnello appare oggi in tutta la sua semplice, nitida nudità di tiranno sanguinario e delirante.
Che governi, cancellerie e grandi imprese europee –in testa quelli italiani- abbiano potuto considerarlo e trattarlo da partner affidabile, sia pure per cinismo e senso degli affari, senza prevedere quel che poteva accadere e senza neppure predisporre per prudenza di una via d’uscita secondaria, mostra tutta la miseria delle élite europee. Soprattutto di quelle italiane, che pure hanno ben più gravi responsabilità storiche nei confronti delle popolazioni della loro ex martoriata colonia.

Alcuni mesi fa il baciamano di Berlusconi al despota libico, come fosse il papa, era sembrato solo un’espressione di grottesco servilismo verso il maestro di bunga-bunga e socio in affari lucrosi. Ma martedì scorso la telefonata del Cavaliere al Colonnello dopo il suo discorso delirante, per rassicurarlo che l’Italia non ha fornito razzi ai rivoltosi, è stata semplicemente assurda. Mentre si bombardano gli insorti e fiumi di sangue scorrono a Tripoli e a Bengasi, mentre una drammatica crisi sanitaria lascia i feriti ad agonizzare per le strade e ogni parvenza di vita civile si dissolve sotto i colpi della repressione, la preoccupazione più acuta del capo del governo italiano è sembrata quella di difendersi dall’accusa di un folle. Dopo aver taciuto per giorni e giorni per non intralciarne il massacro, Berlusconi è infine costretto dalle circostanze a prendere la parola contro il rischio –badate bene- di “violenze ingiustificate” e, ovviamente, di “derive fondamentaliste”.

Quanto al “nostro” imperturbabile ministro degli esteri, la vera ansia che sembra turbarne i sonni è per la previsione della “catastrofe umanitaria”, cioè di un ancor più copioso afflusso di migranti e profughi sulle coste italiane: di qui la solita accusa piagnona contro l’Europa “codarda” che non gli toglie le castagne dal fuoco. A ciò s’aggiunge qualche balbettio tardivo sulla “situazione da guerra civile” (in realtà è una guerra contro i civili), di fronte alla quale, dice Frattini, “non possiamo non levare la nostra voce”. Ma la condanna imbarazzata e tardiva del massacro libico non cancella l’opposizione preventiva dell’Italia, accanto alla sola Malta, verso l’ipotesi ventilata dai paesi dell’Unione europea d’imporre sanzioni al regime. Del resto, il “nostro” governo finora non ha pronunciato una sola parola sull’opportunità di sospendere i rifornimenti di armi  (l’Italia ne è la maggior fornitrice della Libia), come invece hanno fatto altri governi occidentali, e d’inviare in Libia aiuti sanitari e alimentari, dopo che si sono forniti gli armamenti che vengono usati per compiere il bagno di sangue.

In realtà, la corrispondenza d’amorosi sensi fra i due satrapi bizzarri e pericolosi, entrambi angosciati dalla decadenza e dalla fine -che cercano di scongiurare con bisturi e tinture, col culto della personalità ed esibizioni teatrali di potenza e di potere- è fiorita su un terreno già concimato. Da Moro ad Andreotti, fino a Dini, D’Alema, Prodi e Amato, il “cane pazzo” ha potuto godere di protezione e compiacenza, talvolta incaute, cementate dai petrodollari e altri business, nonché, negli anni più recenti, dalle strategie di “contenimento” dei flussi migratori a suon di respingimenti, pattugliamenti comuni e deportazioni nei lager libici.
Per tutte queste ragioni, ancor più sconfortante è il silenzio o la flebilità delle voci di quel che resta della sinistra: qualche presidio di quattro gatti dinanzi all’ambasciata libica, senza neanche tentare di unificare l’opposizione sociale e politica almeno in un frangente tanto drammatico e su un tema potenzialmente condiviso. Una prova di scarsa lungimiranza poiché il crollo del regime libico, suggello del dilagare della rivoluzione araba, non significherà solo il crollo della Fortezza Europa, delle frontiere blindate, dei pattugliamenti di Frontex, dei finanziamenti ai campi di detenzione: sarà anche uno scossone tremendo per gli assetti attuali dell’Italia e dell’Unione europea. Che a provocarlo siano le popolazioni dei paesi ex colonizzati sembra una nemesi della storia e non è detto che sia un male.

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