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ROMA – “Repubblica” lo ha ribattezzato “Delta”, il gruppo di fuoco che Berlusconi ha organizzato per invadere i media con le sue menzogne. Già perché, nell’ottica assolutista del Cavaliere, i media sarebbero sovrastati dal rumore della “stampa comunista”, che racconta senza infingimenti la dissoluzione della maggioranza e gli scandali sessuali da repubblica delle banane del magnate di Arcore. Ecco, quindi, la necessità di mandare truppe fresche al fronte, in quella che si comincia a percepire come una sorta di battaglia di Stalingrado, nella quale non si faranno prigionieri.

A comandare queste nuove truppe d’assalto il giunonico Giuliano Ferrara, una strana e molto italiana figura di “giornalista”. Figlio di Maurizio Ferrara (senatore e direttore dell’”Unità”) e della partigiana gappista Marcella de Francesco, dopo un’accesa militanza nel Pci, agli inizi degli anni Ottanta intraprende un cammino a ritroso nella geografia politica, spostandosi prima verso i socialisti craxiani (che lo promuovono presso i loro canali Rai), poi, una volta “sceso in campo” l’uomo più ricco che esista in Italia, verso Silvio Berlusconi, che diventa ben presto il suo nuovo Lume. Dal Pci ad Arcore, senza ritorno, un cammino tradizionale per molti italiani, uno dei popoli più scettici e lontani dall’avere una qualche idea radicata nelle loro coscienze.

In anni più vicini, quando sembrava essersi rifugiato nella ridotta de “Il Foglio” (un quotidiano che riesce a sopravvivere non per le vendite in edicola ma soltanto grazie al contributo pubblico e a quello privato dello stesso Berlusconi), comincia a interessarsi ai temi etici, l’aborto, il testamento biologico, inventando un ossimoro demenziale: “ateo devoto”, dove l’aggettivo non si comprende se si riferisca alla miscredenza ovvero ad una fede ritrovata. Nulla di male, per carità, non bisogna essere diffidenti verso le conversioni, anche quelle politiche.

Infatti, ciò che assume una rilevanza, diciamo così, sociale nel suo caso è che i cambiamenti delle facciate (come quelle degli edifici), almeno nel suo caso, non sembrano ispirate a motivazioni estetiche (alquante compromesse nel caso specifico) ma ad esigenze di manomissione della verità. Non è un caso che moltissimi berlusconiani siano stati social-comunisti o cattolici. In Italia le due fedi hanno primeggiato nella politica e nella cultura. Due ideologie speculari, due sètte dall’aspetto informe, irreggimentate da una disciplina che ne costituiva la forza primigenia e barbarica e che si sono fuse miracolosamente nel berlusconismo.

Negli adepti della cripta di Arcore si utilizzano gli antichi strumenti della persecuzione ideologica, propri delle inchieste staliniane o di quelle del cardinal Bellarmino. Per far questo c’è bisogno di una rozza manifattura di idee e di patrimoni fideistici, ora “laici”, ora confessionali, a seconda delle esigenze. Chi meglio dell’Elefantino, con le sue capacità acrobatiche, può comandare questo viatico verso la salvezza penale del Cavaliere?

Nella “giornata delle mutande” (abbastanza larghe da poter contenere i furori ferrariani), celebrata al Teatro del verme, l’operazione è stata talmente maldestra dal punto di vista culturale, che uno studente del quinto liceo sarebbe stato sufficiente per smascherarne i sottofondi. Kant riletto in funzione contraria a Umberto Eco, che aveva asserito di leggerlo fino a notte fonda, normali inchieste sulla prostituzione interpretate come pruriginosi e inconfessabili atti compiuti da magistrati guardoni in un’operazione voyeristica, l’inno ad un fantomatico “Berlusconi della rivoluzione liberale del 1994”, intravista nella nebbia come fosse stata conforme alle “rivoluzioni borghesi” del primo Ottocento. Tutta farina dell’Elefantino armato di napalm e armi chimiche.

Ma ora, lo stesso è destinato ad uscire dalla ridotta teatrale dalla quale ha preso avvio la sua guerra personale per trasmigrare sulla prima rete della Rai, in un’operazione che sprizza contraddizioni da tutti i possibili pori della sua pelle (assai numerosi vista l’estensione della superficie). Il principale dei quali è quella di continuare ad inveire contro Michele Santoro per il semplice fatto che le sue trasmissioni “faziose” non sono concepibili in una televisione pubblica, con il canone di tutti i contribuenti, mentre quelle dell’Elefantino lo sono, così come i notiziari dell’augusto direttorissimo Minzolini. E così, il direttore de “Il Foglio” è pronto per l’immissione nell’ultima, in ordine di tempo, trasmigrazione, forse quella definitiva concepita dagli esegeti dell’Induismo: il neo-fascismo televisivo, ovvero il berlusconismo del XXI secolo, dove assumerà caratterialmente le fattezze di Telesio Interlandi nell’epoca della assoluta riproducibilità delle menzogne, supportate così doviziosamente con gli infiniti capitali berlusconiani.

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